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emmanuel carrereRoma, 10 apr – “Narcis fue molto bellissimo. Un giorno avvenne ch’éi si riposava sopra una bella fontana. Guardò nell’acqua: vide l’ombra sua ch’era molto bellissima…”.

Così l’anonimo trecentesco autore del “Novellino” inizia un suo celebre racconto. Dove, evocando il mito, si narra come il giovane figlio del dio Cefiso e della ninfa Liriope, fosse tanto innamorato della sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua da finirvi annegato per aver cercato di abbracciarla.

E’ una sorte che ovviamente non auguriamo ad Emmanuel Carrère che è un signor scrittore. Già “Limonov” (Adelphi, 2012) ne segnalava l’originalità; e adesso “Il Regno” (Adelphi, pp. 428, euro 22) viene ad offrircene conferma. E tuttavia sul fatto che l’affabulatore francese sia un Narciso non ci piove. Il nostro Carrère ha sangue blu nelle vene e fiero anche delle ascendenze materne (mamma Hélène Carrère d’Encausse è storica e accademica di Francia) si contempla in ogni possibile specchio. E quando si offre all’obbiettivo di un fotografo il volto appare segnato da un vissuto così intenso e sofferto, ma anche così studiato, che l’attenzione ne vien subito catturata.

Il Narcis del “Novellino” fu “molto bellissimo”; il Narcis affabulatore Emmanuel Carrère magari non è tale secondo i parametri classici ma è di sicuro uomo e scrittore affascinante e “molto bravissimo”.

il regnoForse troppo. Nel senso che così come “è stato” Limonov, al di sopra ed oltre Limonov, qui si moltiplica e si rispecchia in una pluralità di “immagini” che turba e stordisce. Perché Carrère non è soltanto il tormentato intellettuale che nella prima parte del romanzo racconta come e perché e per quanto tempo fu “cristiano”, meglio ancora cattolico credente e osservante con tanto di preghiere, messe e commenti ai Vangeli; e che spiega (ma lo spiega davvero?) come e perché ecc. a un certo punto non lo fu più e divenne una sorta di gnostico, per dir così, “itinerante”, perché voglioso di percorrere, da esploratore e da investigatore, i sentieri del Nuovo Testamento.

Non c’è soltanto questo Carrére che, come al solito, mescola “alto” e “basso” e infila nell’esperienza personale ansie di assoluto e irriverenze, squarci estetizzanti e battutacce, sacri ardori e profanissimi desideri, insomma una frittura mista che si sente in diritto e dovere di cuocere come gli pare perché “noblesse oblige”.

Non c’è soltanto questo Carrère, dicevamo, che già per conto suo è “uno, nessuno e centomila”; ma c’è anche quello della seconda parte del libro che racconta uomini ed eventi del Cristianesimo appena nato e già militante. Uno scenario dove gli attori principali sono l’apostolo Paolo e l’evangelista Luca e quelli co-protagonisti il giovane Timoteo, Filippo di Cesarea, Giacomo, Pietro, Nerone e il suo precettore Seneca, lo storico Flavio Giuseppe e l’imperatore Costantino. Ebbene, il Carrère storico non può certo “dimenticarsi” e metter da parte lo specchio in cui riflette la sua immagine, bellissima, “ça va sans dire” e, borgesianamente, “plurale”: ragion per cui con tutti si confronta, di pagina in pagina, o forse sarebbe meglio dire che “diventa” tutti. E lo fa- altrimenti non sarebbe Carrère- anche prendendoli e prendendosi in giro, perché, in fondo, tutto è risibile e nulla è importante. Eccettuato, per l’appunto, Carrère che si concede tutte le libertà che spettano a un Narciso che non affoga ma affabula. E vola tre metri sopra il cielo ed altrettanti al di sotto dell’inferno.

Se lo può permettere? Ai lettori e, soprattutto, ai posteri l’”ardua sentenza”. Di sicuro lui- bravo, bravissimo, spudorato e “impunito”- si permette tutto. Ad esempio la libertà di passare dalla descrizione del san Luca di Roger van der Weyden, uno dei grandi maestri della scuola fiamminga, a quello di una brunetta che si masturba in un film pornografico. Il fruitore del porno è lo stesso Emmanuel che confessa: “ (…) la ragazza ha fortemente perturbato, ma in fin dei conti anche stimolato, i miei sforzi diurni per concentrarmi sul quadro di Roger van der Weyden. All’inizio ho pensato che i due argomenti non avessero niente in comune, ma è come in una seduta di analisi: basta dire che tra due cose che avete in testa non c’è nessuna relazione per essere sicuri che invece una relazione c’è: eccome”(p. 268). E ti pareva!

Segue spiegazione. Naturalmete all’insegna della più schietta improntitudine. Ma “questo” è Carrère. In ogni caso, e pur con tutte le bacchettate che, con varie motivazioni, possono essergli inflitte, meglio, molto meglio lui, debordante, spiazzante e sprezzante di chiunque gli faccia la predica senza averne il diritto (solo l’intelligenza e l’ironia hanno diritti), di tanti scrittorelli che mescolano muffe e fuffe didascaliche ai maneggi truffaldini per strappar l’aureola a un premio letterario. Chi? Tanto per parafrasare i Vangeli, “il loro nome è Legione”.

Mario Bernardi Guardi

(articolo uscito su “Il Tempo” dell’8 aprile)

 

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