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waterlooRoma, 10 apr – Waterloo è una cittadina di modeste dimensioni nella campagna della Vallonia, in Belgio, che sarebbe restata nell’anonimato se non fosse stata teatro, il 18 giugno del 1815, di una della battaglie più famose della storia.

E’ nota l’epopea militare e politica di Napoleone che contribuì, per un ventennio, a sconquassare gli equilibri strategici e politici dell’Europa intera ed è ancora più nota la sua ultima battaglia combattuta proprio nelle sonnacchiose campagne intorno alla cittadina belga contro una coalizione di Stati europei (la settima) tra i quali spiccavano il Regno Unito ed il Regno di Prussia.

Napoleone fu sconfitto sicuramente per cause propriamente strategiche; ad esempio grazie alla divisione del suo esercito per spedire il Maresciallo Grouchy, forte di 33mila uomini, a cercare di prendere contatto con i prussiani in ripiegamento dopo lo scontro avvenuto a Ligny due giorni prima; manovra che diede tempo, insieme al temporeggiamento e all’ostinazione del Maresciallo di Francia nell’eseguire gli ordini verbali di Napoleone, al Feldmaresciallo Von Blücher di tenere impegnata l’Armata francese di Grouchy con la sua retroguardia e di piombare col grosso delle sue truppe sul campo di Waterloo, sbaragliando l’esercito francese e dando la vittoria alla Coalizione in quell’unica battaglia, le cui sorti, sino a quel momento, sembravano incerte.

Pochi sanno, invece, che la sconfitta di Napoleone è anche attribuibile ad eventi che esulano la strategia militare e che possono essere ricondotti alla mera casualità.
Il 1815 viene ricordato come “l’anno senza estate”: in Europa ci furono condizioni climatiche del tutto eccezionali con piogge torrenziali fuori stagione, temperature molto al di sotto della media e ondate di freddo e gelo che “bruciarono” molti raccolti; le stesse piogge torrenziali che resero difficoltosa l’avanzata dell’Armée napoleonica e che ritardarono, se non addirittura resero impossibile, il corretto dispiegamento delle artiglierie e delle fanterie francesi.

La caldera del vulcano Tambora
La caldera del vulcano Tambora

La causa di questo clima particolarmente avverso è stata individuata nella catastrofica esplosione di un vulcano indonesiano, il Tambora, sito nell’isola di Sumbawa.
Questo vulcano fa parte della cosiddetta “cintura di fuoco del Pacifico”, una costellazione di vulcani che contorna l’intero oceano Pacifico e che passa per tre continenti.
In particolare, il Tambora rientra in una tipologia di vulcani che hanno un’attività definita “di arco insulare”, ovvero nascono in ambiente oceanico sul margine di una placca tettonica sotto la quale ne scorre un’altra che sprofonda lentamente nel mantello terrestre (fenomeno chiamato col nome di subduzione).

Questa particolare caratteristica rende questi vulcani particolarmente esplosivi e quindi pericolosi per l’uomo: l’eruzione del Tambora, avvenuta il 10 aprile del 1815, si stima che causò all’incirca 60mila vittime solo in Indonesia, escludendo le vittime dovute agli effetti globali dell’eruzione stessa.

Scala VEI
Scala VEI

Fu un vero e proprio cataclisma: l’esplosione proiettò nell’atmosfera circa 100 km cubi di magma, ponendola al livello 7 della scala VEI (Volcanic Explosivity Index) e facendola diventare la più violenta degli ultimi 10mila anni.
Gli aerosol prodotti dall’eruzione e sparati nell’alta atmosfera si sparsero in tutto l’emisfero nord del Pianeta facendo da cortina alla radiazione solare e quindi determinando quel brusco calo di temperature e quelle modificazioni climatiche che gravarono sull’Europa nel 1815 e per alcuni anni a seguire, le stesse modificazioni climatiche che, è ragionevole pensarlo, contribuirono alla disfatta di Napoleone a Waterloo.

Paolo Mauri

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