«Don Camillo lo avevo immaginato in maniera molto diversa, ma Peppone era nella mia fantasia esattamente come lo ha interpretato Gino Cervi», disse una volta Giovannino Guareschi. Un grande personaggio letterario, il sindaco rosso della Bassa in cordiale discordia col prete don Camillo, aveva trovato in Gino Cervi chi lo incarnasse a perfezione.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2022

Il personaggio principale della lunga saga di racconti politico-umoristici pubblicata in gran parte sul Candido è il sacerdote manesco e di buon senso, ma Giuseppe Bottazzi non è affatto un comprimario, anzi è probabile che, nell’irruento fabbro, Guareschi abbia trasfuso quei tratti di carattere maschili che considerava i più alti. Ci provò lui stesso a impersonare sul set Peppone, prima che gli facessero garbatamente capire che non aveva i tempi e i modi della recitazione cinematografica; allora sopraggiunse Cervi.

Una saga nazionalpopolare

Ma chi era Peppone? Comunista per modo di dire… tutta la comicità del personaggio è giocata sul contrasto tra la testa piena di dottrina marxista trasformata in rumorosa ferramenta negli scontri dialettici di paese e il cuore di un garibaldino. Il sindaco Bottazzi dell’Emilia è chiaramente il prosecutore di quel filone di sinistra nazionale, che dalla Rivoluzione francese attinge la voglia combattiva per rovesciare lo status quo e nel Risorgimento ha il suo antecedente più immediato. Anche le polemiche anticlericali di Peppone hanno il sapore delle dispute ottocentesche italiane, più che la logica del materialismo dialettico.

Non manca in Peppone qualche incursione nell’ideologia della «giovinezza». Su questo punto Guareschi è ondivago: in un racconto – poi trasformato in episodio del primo film Don Camillo, con la partecipazione di Paolo Stoppa nei panni del fascista – Peppone è costretto a bere olio di ricino, salvo poi vendicarsi a distanza di trenta anni; ma in un’altra puntata don Camillo rinfaccia a Peppone di quando era giovane e aveva scritto sul muro di casa «Meglio un giorno da leone…».

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In una delle ultime storie, pubblicata sul Borghese, Il sacrario segreto, Don Camillo scopre nella soffitta di Peppone una sorta di piccolo pantheon personale, con i quadri di Napoleone, Stalin, Gagarin, Lindbergh, Vittorio Emanuele con la Regina Elena e (immancabile) Benito Mussolini. Insomma più che marxismo, una ricapitolazione nazionalpopolare all’italiana. Peppone e don Camillo sono profondamente radicati nella tradizione nazionale e non è probabilmente un caso che prendano il nome dai due principali artefici del Risorgimento: Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso, a coprire i due versanti di sinistra e destra del patriottismo. Sono due ragazzi del ’99 e si affacciano alla grande storia sulla trincea del Piave.

Compagno Peppone, camerata Gino

Dopo esserci chiesti quale fosse lo spessore culturale e le stratificazioni storiche dietro la figura di Peppone, lecito a questo punto chiedersi chi fosse l’attore che lo impersonava… e stiamo qui parlando di uno dei più importanti attori del Novecento italiano.

Nato a Bologna all’inizio del secolo, figlio di un critico teatrale del Resto del Carlino, Cervi viene chiamato nel 1925 da Pirandello come primo attore giovane e va in tournée in Europa recitando in Sei personaggi in cerca d’autore. A teatro riceve applausi per le sue interpretazioni di Goldoni, Sofocle, Dostoevskij e soprattutto Shakespeare, con il suo memorabile Otello. A quel punto il passo al cinema è naturale e Gino Cervi si afferma come uno dei più importanti attori del «cinema impegnato» del Ventennio, non quello…

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