Senza cadere in mode attualizzanti e senza cedere al «demone» dell’analogia o a spericolati parallelismi, qui si tenteranno, semplicemente, due possibili comparazioni tra Stati Uniti e Roma antica.

In un articolo del 1999 uscito su Foreign Affairs, e tradotto in italiano nella silloge Ordine politico e scontro di civiltà (il Mulino, 2013), Samuel Huntington sin dal titolo definiva gli Stati Uniti La superpotenza solitaria. Per il politologo americano, agendo in uno scenario a torto ritenuto unipolare, gli Stati Uniti stavano diventando «sempre più soli» (p. 309), in quanto percepiti «dalla maggior parte dei Paesi» (p. 310) come «invadenti, interventisti, sfruttatori, unilateralisti, egemonici, ipocriti, ambigui, “doppiopesisti”» (pp. 310-311), e pertanto del tutto dimentichi del fatto che il mondo in cui agivano era invece «un sistema uni-multipolare con una superpotenza e varie grandi potenze» (p. 304).

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di ottobre 2022

Il paragone tra Roma e Stati Uniti regge?

Adesso, pur in presenza di ragioni sostanzialmente diverse, a cominciare dall’assenza di reali competitori strategici, non è stata piuttosto la Roma vittoriosa sulle popolazioni galliche, su Cartagine e sui regni ellenistici (il macedone e il seleucide) la vera superpotenza solitaria? Ossia, una potenza che regnava incontrastata in solitudine, e non tanto perché contestata – anche se le voci critiche del dominio romano non sono mai venute meno; una su tutte, quella del caledone Calgaco – ma proprio perché non esistevano «varie grandi potenze» che potessero in qualche modo minacciarla. In altre parole, il «sistema internazionale» dell’epoca, ovviamente relativo al mondo storico e geopolitico in cui agiva Roma, era, a mio parere, schiettamente unipolare.

La superpotenza solitaria

Seppure in maniera assai schematica, al riguardo sono almeno due i punti su cui occorre soffermarsi. Quando Sallustio scrive, in un passo celebre, che con i Galli «si combatteva per la salvezza, non per la gloria» (Bellum Iugurthinum 114, 2), si comprende quale sia stato il vero nemico esistenziale di Roma. Non a caso, perlomeno dal sacco di Roma (388 o 386 a.C.) alla battaglia di Talamone (225 a.C.), che bloccò per sempre le loro avanzate a sud degli Appennini, «i Galli costituirono per Roma il nemico atavico, l’avversario che faceva paura e suscitava appunto il metus Gallicus», come scrive Giuseppe Zecchini nel suo Le guerre galliche di Roma (Carocci, 2009, p. 11). Tant’è vero che sempre Sallustio ricordava come l’Italia intera avesse tremato di paura all’epoca della disfatta di Arausio (105 a.C.), attribuendola appunto ancora ai «Galli» – quando in realtà Cimbri e Teutoni erano di stirpe germanica – a testimonianza del persistere del timore da loro suscitato. Quindi, paradossalmente, un insieme disomogeneo di tribù, del tutto privo di centralizzazione «statuale», ha rappresentato, più ancora di Cartagine, l’autentico nemico di Roma in senso schmittiano, il che ha poi finito per favorire, in ultima analisi, lo stesso affermarsi dell’unipolarismo romano.

Ma, per venire al secondo punto, l’obiezione più forte alla tesi unipolarista è quella della presenza degl’imperi orientali iranici, degli Arsacidi prima e dei Sasanidi poi, per cui non pochi studiosi hanno parlato, in merito, di bipolarismo. Io credo però che tale obiezione sia, in buona misura, infondata. Né i Parti né i Sasanidi – che pure, richiamandosi entrambi all’eredità achemenide, aspiravano al dominio universale – hanno mai rappresentato, e nonostante alcune vittorie anche clamorose (Carre, Edessa), una reale minaccia per Roma: questo sia per un evidente differenziale di risorse (demografiche, territoriali, economiche, tecnologiche ecc.), sia soprattutto perché impossibilitate a creare alleanze antiromane, data l’assenza, nello scenario orientale, di una qualsiasi altra entità con caratteristiche anche minimamente «statuali», fatto salvo il regno d’Armenia, non a caso «stato cliente» di Roma.

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In breve, mentre il bipolarismo rimanda a un equilibrio dovuto a una sostanziale simmetria delle forze in campo, in virtù della quale nessuno dei due attori, da solo o tramite alleanze, può dominare l’altro, gl’imperi iranici erano, al più, potenze regionali, mai capaci di mettere in discussione l’egemonia romana o di sfidarla con una qualche speranza di successo. Lo testimonia, ad esempio, il fatto che, mentre Roma ha più volte sconfitto Arsacidi e Sasanidi, sino a conquistarne la capitale Ctesifonte, grazie alle campagne di Traiano, Settimo Severo e Galerio, gli eserciti iranici si limitavano a contenderle aree confinarie. A conferma, soltanto nel VII secolo d.C. la Persia sasanide, con Cosroe II, sarà in grado di scatenare un’offensiva su larga scala, avendo però di fronte un impero bizantino all’epoca ridotto anch’esso al ruolo di potenza regionale.

Un destino manifesto?

Ora, proprio in relazione a quel momento storico decisivo in cui Roma aveva trionfato su tutti i suoi nemici, trasformandosi da potenza regionale italica in superpotenza «mondiale», è stato Arthur Eckstein, nell’ultimo capitolo del suo Mediterranean Anarchy, Interstate War and the Rise of Rome (University of California Press, 2009) ad avanzare un’altra possibile comparazione, chiedendosi se sia davvero esistito un eccezionalismo romano sulla falsariga di quello americano. Innanzitutto, secondo Eckstein, alcune caratteristiche cruciali della Roma repubblicana – ovvero la bellicosità, la militarizzazione della sua società, una diplomazia aggressiva, la presenza di un’etica fortemente improntata alla guerra – erano in effetti condivise dalla gran parte degli altri Stati presenti nello scacchiere mediterraneo (p. 243), per cui le ragioni di un eventuale eccezionalismo romano dovranno essere cercate altrove. Secondo Eckstein, la vera eccezionalità di Roma sta non solo nell’aver creato un…

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