Può sembrare un titolo a effetto. D’altronde si parla di una ragazza morta, trovata nuda e quasi sicuramente violentata. Roba morbosa, da prima puntata di Twin Peaks. Ma qui si parla della realtà storica e non di una serie tv di Linch: è la vicenda di Norma Cossetto (1920-1943), la studentessa istriana di Visinada (all’epoca provincia di Pola) divenuta simbolo del martirio dell’intera comunità italiana della Venezia Giulia. Attorno al corpo di Norma si è accesa una battaglia che sembra quella omerica sul cadavere di Patroclo. Con le debite proporzioni, perché non parliamo di eroi che si scannano a colpi di armi di bronzo ma di sciacalli contro tromboni, per lo più. Con una sparuta minoranza che cerca di tener lontani gli uni e gli altri da quella povera ragazza. Ed è sforzandosi di far parte di quella sparuta minoranza che la storia di Norma Cossetto va affrontata.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2022

Sciacalli e tromboni

All’attacco di Norma e della sua memoria da diversi anni si scatenano studiosi, giornalisti e scrittori, nonché una nutrita schiera di wikipediani i quali hanno ben chiaro quale sia l’importanza di una pagina ben fatta dell’«enciclopedia libera» per dominare e forgiare l’opinione pubblica su un determinato argomento. La vicenda meta-storica, come al solito, segue uno schema collaudato: un episodio della Seconda guerra mondiale viene occultato o mistificato dalla memoria ufficiale dei vincitori nel dopoguerra. Per anni a gridare la verità su quell’episodio è una minoranza, per lo più composta da ex o post-fascisti, ma anche non pochi osservatori onesti che la vulgata si premura di schedare d’arbitrio fra gli impresentabili, per delegittimarli e cacciarli dal dibattito pubblico.

Però dagli anni Novanta del XX secolo la rottura della diga della vulgata fa tracimare le acque della storia e la verità viene a galla, dando largamente ragione – anche e soprattutto per bocca di storici e divulgatori di insospettabili appartenenze politiche che hanno finalmente trovato il fiato per parlare – a quelli che fino a qualche decennio prima dovevano solo star zitti e tornare nelle fogne. Tuttavia, assieme alla verità storica, dalla diga tracimano anche un bel po’ di detriti sotto forma di tromboneria, leggende urbane, retorica patriottarda, sentiti dire. Tutte cose figlie di un’epoca in cui non esisteva internet, le ricerche erano complicate e ci si fidava oltremisura di racconti orali e della propria memoria. E così i detriti che rendono torbida l’acqua della verità storica diventano l’argomento principe con cui gli orfani della diga ormai sfondata tentano di riprendersi la loro rivincita.

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Nel caso della memoria della tragedia delle Foibe, si può dire che abbia fatto più danni in 10 anni di post sui social la solita foto di fucilati sloveni fatta passare da sprovveduti per infoibati italiani, che i 60 anni precedenti di oblio imposto dalla storia ufficiale dal 1945 fino alla legge sul Giorno del ricordo del 2004. Con scivoloni di questo genere (la foto citata, ma anche gli slogan sui «ventimila infoibati») si è ridata corda a un anti-revisionismo il cui scopo non è affatto mettere alla prova e raffinare i modelli interpretativi revisionisti (ossia scientifici), ma solo riportare indietro le lancette dell’orologio a quando l’ideologia contava più della realtà fattuale.

L’attacco contro Norma Cossetto si è per molti anni concretizzato esattamente in questo senso: Norma, con la sua tragica ed eroica fine, è diventata il simbolo dell’italianità e del patriottismo degli italiani d’Istria. Attaccarne la memoria, cercare di demolirla significa colpire direttamente patriottismo e italianità con l’obbiettivo di delegittimarli quali sentimenti degni di uno spazio pubblico.

Il martirio di Norma Cossetto

La vicenda di Norma Cossetto è oramai nota e può essere riassunta per sommi capi: Norma, figlia di Giuseppe Cossetto, dirigente locale del Partito nazionale fascista, era una studentessa in Lettere e Filosofia presso l’Università di Padova. Era molto conosciuta dalle sue parti non solo per il ruolo del padre (che fu anche podestà di Visinada), ma anche perché il lavoro per la tesi di laurea – intitolata Istria rossa, in riferimento al colore del minerale bauxite, di cui la penisola è ricca – la portava a girare per archivi e canoniche in cerca di documenti, e per le supplenze nelle scuole locali con cui contribuiva al bilancio familiare.

Quando l’armistizio dell’8 settembre 1943 fece collassare le autorità italiane, la famiglia Cossetto finì nel mirino degli antifascisti locali. Il 25 settembre Norma fu avvicinata dai partigiani e le venne chiesto di aderire alla Resistenza. Norma rifiutò. Inizialmente lasciata libera di tornare a casa, il giorno successivo venne prelevata dai partigiani e quindi trasferita ad Antignana, dove i suoi carcerieri, pressati dai tedeschi che nel frattempo stavano invadendo l’Istria, si erano ritirati. Qui, in una scuola, Norma subì il suo martirio: fu ripetutamente violentata dai partigiani e quindi condotta assieme agli altri prigionieri presso la foiba di Villa Surani, dove venne gettata, probabilmente fra gli ultimi e probabilmente dopo aver subìto ulteriori violenze, poiché il suo corpo venne rinvenuto completamente nudo in cima alla catasta delle vittime.

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Le circostanze che condussero alla tragica fine di Norma sono state ricostruite attraverso le testimonianze di alcuni abitanti del luogo e del maresciallo dei Vigili del fuoco Arnaldo Harzarich, che partecipò alle operazioni di recupero degli infoibati a Villa Surani e dichiarò d’aver visto il corpo della Cossetto. Queste testimonianze, assieme a molta della documentazione disponibile, sono state poi raccolte dalla sorella di Norma, Licia Cossetto, sopravvissuta ai repulisti partigiani e tenace custode della memoria di quei dolorosi eventi nel dopoguerra.

La miseria dei giustificazionisti

Nonostante tutti i tentativi di minimizzare o mistificare la vicenda di Norma Cossetto, attaccandosi a dettagli come alcune incongruenze fra la deposizione di Harzarich del 1943 e quella del 1945, lo svolgimento dei fatti è cristallino. Così com’è chiaro che quello di Norma è stato un vero e proprio martirio provocato dalla determinazione della ragazza di non abiurare alla sua italianità – e forse anche alla sua adesione al fascismo – per seguire il movimento partigiano, il cui scopo era strappare l’Istria all’Italia per annetterla alla Jugoslavia.

Persa ogni occasione di erodere il mito (absit iniuria verbis) di Norma, attaccandola sulla sua biografia, l’anti-revisionismo non ha affatto rinunciato alla sua preda. Ma, grazie al nuovo clima che si respira in Italia da qualche anno, ha deciso di rilanciare, puntando direttamente all’essenza del mito di Norma: quello di essere una…

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