Mi pare il Primato la sede più giu­sta per questo scambio con un imprevisto anta­gonista, emerso dalla platea del teatro Zandonai a Rovereto la sera della inaugurazione dell’ultima mostra del Mart. Ci ha messo tre anni, di certa­mente continente sofferenza, a rivelarsi, ma lo ha fatto in modo impulsivo, indispettito e assai prege­vole. Si chiama Luca Melchionna. Ha tentato una interpretazione e gli ho risposto. Ecco:

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2022

La critica

«Ieri, durante la presentazione di Canova tra inno­cenza e peccato, il presidente del Mart Vittorio Sgarbi, ha detto scherzando che il titolo perfetto, per questa mostra, sarebbe stato Canova e il Culo – che per ov­vie ragioni è purtroppo improponibile. La battuta è divertente, ma cosmetica. Ne abbiamo tutti sentita un’altra, invece, che merita una riflessione. Dopo aver difeso sia l’interpretazione del proprio ruolo istituzio­nale che le ragioni della mostra, Sgarbi ha spiegato che i visitatori vedranno un capolavoro di Canova attorniato da tre fotografie del 1980 di Helmut New­ton, dei nudi femminili in posa non solo statuaria, ma assertiva. Naturalmente l’idea curatoriale non è affat­to quella di proporre una continuità tra il modello ca­noviano e i corpi muscolosi di Newton: al contrario, l’allestimento, in quella sala, evidentemente procede per contrasti, come è giusto che sia in un museo di arte moderna e contemporanea. Senonché, ed eccoci alla battuta, Sgarbi ha chiosato in questo modo: “ed ecco spiegato perché certi uomini diventano omoses­suali, se le donne sono come queste”.

C’è qualcosa che non va, chiaro, ma cosa? Non certo la disinvoltura di mescolare discorso intel­lettuale e punto di vista dell’idraulico della Ma­gliana. La confusione tra registri, e l’adozione, nel discorso alto, di toni e perfino opinioni di de­rivazione popolare è una conquista del postmo­derno, o meglio è il ritorno a una fecondità del linguaggio che Calvino, a differenza di Queneau, non aveva saputo accogliere fino in fondo. Nem­meno la volgarità di quelle parole, è un problema: semmai lo era l’ostentato rifiuto della volgarità, così tipico della direzione di Gabriella Belli, che nell’illusione di elevare Rovereto a un gusto raffinato le alienava costantemente simpatie e supporto locali, di cui invece un museo ha vitale bisogno. Forse sono problematici gli assunti ide­ologici tacitamente dati per scontati da una frase del genere? Non penso, ma vediamo.  […]

La risposta di Sgarbi

La mia risposta non si è fatta attendere:

«Provo sincera ammirazione per le considerazioni, e so­prattutto lo stile, di Luca Melchionna. Sono stato amico di un magistrato che portava autorevolmente questo nome, e che è anche scrittore, ma devo dire che la prosa di questo improvviso antagonista mi sembra ammirevole. E condivi­do tutto. Ovviamente avrei potuto, mentre parlavo lo pen­savo, obiettarmi le stesse critiche che mi fa Melchionna, soprattutto per la riflessione, più grave e più greve, sulle donne di Helmut Newton. Non solo perché so da tempo che omosessuali non si diventa ma, come forse è il caso di Melchionna, si nasce; ma perché tante sono le variazioni sessuali, dal masochismo al bondage, che non escludo che alcuni maschi (e ieri ne ho in mostra incontrati) si eccitino davanti alle donne guerriere di Newton, magari soltanto perché qualcuna di loro ha il pelo. Ma riserverei la mia giu­stificazione, o spiegazione, sulla discutibile affermazione al genere della battuta. Era una battuta, come la “Ferragni vedova di Fedez”. E le battute non si commentano, non si chiosano, si accettano.

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Lei, caro Melchionna, è troppo atteggiato in una seriosità che rivela il suo complesso di inferiorità, ovvero il suo de­siderio (impossibile) di essere al mio posto. E non perché non ne abbia i meriti, come le sue annotazioni rivelano; ma perché, propriamente, non ha il culo. Non so cosa sia “l’ostentato rifiuto della volgarità” attribuito da Melchion­na a Gabriella Belli (basterebbe chiedere cosa ne pensano le eredi Crali); e non è un mio problema. Rivendico ogni volgarità, e la condivido. Certo la battuta su Newton non era né…

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