Roma, 6 lug – Da un’idea di Vittorio Sgarbi, al Mart di Rovereto è stata allestita una splendida mostra – dal 15 maggio al 18 settembre 2022 – dedicata a Julius Evola. Come si può leggere sul sito del museo trentino: “Il percorso espositivo del Mart è il maggiore mai organizzato. In mostra oltre 50 opere: in una prima parte, i dipinti appartenenti al periodo futurista caratterizzati da elementi astratti carichi di energia e inaspettatamente ‘psichedelici’; seguono i ‘paesaggi interiori’, espressione pura dello spirito con riferimenti ermetici ed esoterici; infine, gli anni Sessanta con le repliche delle sue opere storiche e alcuni dipinti figurativi che si discostano dalla sua produzione giovanile. Pur dedicandosi alla pittura per un arco di tempo brevissimo, Evola ha attraversato la stagione delle Avanguardie interpretandone con originalità i temi e le istanze. Denominatore comune della sua pratica: la ricerca spirituale”.

D’altronde, per dirla con lo stesso Evola: “Noi stessi quale spirito siamo gli unici soggetti dei nostri quadri”. Chiunque ami l’arte delle avanguardie novecentesche, a prescindere dalle proprie idee politiche, non potrà che apprezzare l’iniziativa di Sgarbi. Eppure, come purtroppo prevedibile, in preda all’insulso politicamente corretto, qualcuno ha provato a polemizzare sulla mostra del Mart. E’ il caso di Mirella Serri su La Stampa. Un intervento a cui ha prontamente replicato il critico d’arte, con una strepitosa lettera pubblicata sul quotidiano diretto da Massimo Giannini e che riportiamo volentieri per intero. E’ tutta da leggere.

“Ecco perché metto in mostra Evola”: la strepitosa lettera di Sgarbi

Il fascismo nasce nel 1922. Evola smette di dipingere nel 1921. Certo, un uomo è responsabile anche per quello che ha fatto dopo. Ed è per questo che noi, seguendo il ragionamento di Mirella Serri sulla Stampa di ieri, usiamo giudicare l’opera di Arthur Rimbaud non sulle sue pagine, concepite entro il 1874, “Illuminations” o “Une saison en enfer” del 1873, ma sui suoi comportamenti dopo il tempo della poesia, quando commerciava in armi con l’avventuriero francese Pierre Labatut e, probabilmente, come riferisce il console italiano ad Aden, faceva anche il mercante di schiavi. Giusto dunque giudicare versi come questi, alla luce dei comportamenti criminali di Rimbaud: «Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi». È il metodo Serri. Così ci si può chiedere come la Pleiade abbia deciso di pubblicare l’opera omnia dell’autore di “Bagattelle per un massacro”, Louise Ferdinand Céline. Nel “Viaggio al termine della notte”, aveva scritto: «Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’illuminazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita».

Appunto: è dall’altra parte della vita. È un libro che parla, è un dipinto. I dipinti di Evola esprimono un linguaggio che esalta stati d’animo, non dittature. Era stato chiarissimo Vanni Scheiwiller. Già Evola aveva subito la “congiura del silenzio”. Adesso bisogna giudicarlo sul falso storico dei viaggi finanziati da Bormann. Evola fu pittore, poeta, filosofo, cultore di esoterismo e alchimia, studioso di dottrine politiche, di filosofia della storia, teorico della razza, critico della modernità. Come ricorda Gianfranco de Turris, «si avventurò in terrae incognitae raramente o mai frequentate sia ieri che oggi dagli uomini di cultura del Bel Paese, esplorandole, descrivendole in opere spesso ancora uniche nel loro genere». La Serri è evidentemente disorientata, e ripropone per Evola la maledizione di Nietzsche, prima che Colli e Montinari lo sottraessero dalla responsabilità di avere ispirato Hitler: senza senso del ridicolo accusa Evola di anticipare Putin. Quindi anche Santoro, Ovadia, D’Orsi e altri esponenti della sinistra pacifista putiniana. Definisce Evola «ispiratore dei folli convincimenti imperiali dello Zar Putin». Verrebbe da risponderle come il governatore Bonaccini a Hoara Borselli: “Roba da matti”. Le ricordo che anche Giorgio Bocca scrisse in favore della “Difesa della Razza”, e Montanelli scrisse un elogio del Duce. Pietro Ingrao solo una poesia.

Al Mart, io non c’ero ancora, avrebbero dovuto evitare di dedicare una mostra a Margherita Sarfatti che scrisse una euforica biografia di Mussolini. Il testo – rivisto accuratamente dallo stesso Mussolini- fu dapprima pubblicato nel 1925 in Inghilterra col titolo The Life of Benito Mussolini e l’anno successivo in Italia col titolo Dux. Per la notorietà del personaggio e per la familiarità dell’autrice con il dittatore, il libro ebbe un enorme successo di vendite (un milione e mezzo di copie vendute solo in Italia e 17 edizioni) e verrà tradotto in 18 lingue, compreso il turco e il giapponese. Per quanto discreta (e non esclusiva), la relazione tra Sarfatti e Mussolini continua nel decennio successivo, fatta di incontri segreti a Palazzo Venezia, non mancando di suscitare in più di un’occasione le gelosie di Rachele Mussolini.

Le curatrici Daniela Ferrari a Rovereto e Anna Maria Montaldo, con Danka Giacon, avrebbero dovuto processarla, e invece si sono limitate a studiare l’influenza della Sarfatti sull’arte e gli artisti del suo tempo.
Rammento alla Serri che anche Mario Sironi, diversamente da Evola, fu fascista militante convinto fino all’ultimo, e si lodano perfino le sue opere di propaganda negli anni del consenso. Voglio anche ricordarle che, essendo “La nave di Teseo”, guidata da mia sorella, la casa editrice fondata da Umberto Eco, io gli ho in più occasioni parlato di Evola pittore e dei sui rapporti con gli esponenti del Dadaismo. E più volte Eco mi ha detto che sarebbe stato utile – “brillante idea”- poterne finalmente vedere i dipinti per capire ciò che in quel tempo (senza alcuna relazione con quanto è seguito, ed è stato interpretato tendenziosamente, come conferma Marcello Veneziani, che dedicò a Evola la tesi di laurea, ben oltre i luoghi comuni rimasticati dalla Serri) gli passava per la testa. Disse proprio così, da fenomenologo degli stili. E così ho fatto. Adesso, anche se come la Sarfatti era una donna, dovrò consultarmi con la Serri, prima di aprire la mostra su Leni Riefenstahl.

 

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. Uno “Sgarbi” gigantesco, come sempre annienta il Nulla Cosmico dei Radical Chic con l’assoluta matericità della Cultura Vera. Omnicomprensiva e totale. Una mostra da vedere con l’Anima.

Commenta