Roma, 14 lug – Ieri vi parlavamo dell’allarmante rischio blackout portato dalla siccità che sta attraversando quest’estate l’Italia. Oggi “gioiamo” invece per un fattore positivo della crisi idrica che, pur aggravando una già difficile situazione, sta riportando a galla tesori archeologici sommersi da millenni. Dall’Italia all’Iraq, dall’Europa al Medioriente e alle americhe, la mancanza di acqua sta facendo riemergere antiche città, armamenti, palafitte e una moltitudine di reperti che potrebbero ampliare non poco le conoscenze archeologiche.

Carri armati, palafitte e animali preistorici in Lombardia

Mentre il mondo mediatico è impegnato a suonare l’allarme per le ennesime manifestazioni di cambiamento climatico, dai letti dei fiumi in secca riemergono reperti del passato. All’inizio di questo mese, in Lombardia, sono riemerse palafitte risalenti all’Età del Bronzo. Paletti di legno datati al periodo preistorico che va dal 2300 al 700 a.C., erano infissi nel letto dell’Oglio in secca, nella zona di Canneto sull’Oglio, tra le province di Mantova e Cremona.

La siccità ha fatto riemergere dal Lago di Como dei fossili millenari e un cranio di centomila anni fa appartenente a un cervo di grandi dimensioni. Sempre in questo luogo, poi, sono tornati alla luce rinoceronti, iene e persino leoni. Nel Po, nei dintorni del Comune di Sermide e Felonica, in provincia di Mantova, è stato “ripescato” un carro armato. Un semicingolato Sd.Kfz. 11, di fabbricazione tedesca, abbandonato nel corso della Seconda guerra mondiale nel fiume più grande d’Italia.

Imbarcazioni della seconda guerra mondiale in Emilia

Il periodo di preoccupante siccità che ha provocato la secca dei principali fiumi del Nord Italia, ha portato con sé atri due relitti colpiti e affondati durante la Seconda guerra mondiale. A l’Isola degli Internati, in provincia di Reggio Emilia, sono riemersi i relitti delle bette Ostiglia e Zibello. I due relitti sono lunghi 55 metri e hanno una portata da seimila quintali. Le imbarcazioni vennero costruite nel cantiere della Giudecca a Venezia e, per la loro realizzazione, fu utilizzato metallo donato dall’Austria come debito di guerra. La Zibello e la Ostiglia, colpite e affondate dai tedeschi nel 1943 erano già parzialmente riemerse nel novembre del 2006, sempre come conseguenza di un periodo di estrema siccità. in provincia di Parma, è invece apparsa la mandibola di un lupo, la testimonianza dell’abbondanza di questa specie in Pianura Padana in passato.

Ponti medievali in Piemonte

La siccità non fa sconti nemmeno al Piemonte, in uno dei più importanti affluenti del Po, la Sesia. A giugno, vicino a Vercelli, nel letto del fiume Sesia sono emersi alcuni blocchi di mattoni rossi. Si tratterebbe di reperti archeologici riconducibili a un ponte e a bastioni difensivi di epoca medievale, con mattoni romani, tutt’ora sotto studio dagli esperti. Ogni anno le acque del Po restituiscono reperti di ogni tipo, tra cui armi, vasellame, reperti bellici e, addirittura, fossili animali. Infine, non lontano da Alessandria il fiume ha restituito ai nostri occhi una casa in mattoni costruita nel periodo medievale e che era andata persa per sempre per colpa di un’alluvione ottocentesca.

Rovine del Castello Morando a Verona

Un ritrovamento di grande importanza si era registrato già a marzo nel veronese. Si pensava che le antiche mura medievali del Castello Morando di Bonavigo fossero andate perdute nell’Adige. Ma la siccità del 2022 le ha riconsegnate al popolo. “È stata una bella scoperta, del tutto inaspettata, perché finora, a causa del limo e del fango, queste mura non erano mai state visibili. Ma le correnti e le piene degli ultimi anni le hanno ripulite”. Così commentò ad inizio primavera il presidente di Adige Nostro, Gianni Rigodanzo.

Tesori archeologici in Veneto

A seguito dell’abbassamento del livello dei fiumi e dei laghi, anche in Veneto stanno tornando a galla preziose testimonianze di epoche lontanissime. Le zone maggiormente interessate dal fenomeno sono alcuni tratti dei fiumi Brenta, Bacchiglione, Piave, Adige e del Lago di Garda. I Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia, insieme al personale del Nucleo Elicotteri Carabinieri di Belluno, stanno monitorando costantemente i territori lacustri e fluviali per garantire la conservazione dei reperti. Relitti ricompresi nel braccio di mare tra Malamocco ed Eraclea, vengono ora valutati nelle loro attuali condizioni per la loro migliore valorizzazione.

Lungo il fiume Adige, nel tratto tra Verona e Legnago, la situazione è particolarmente critica. Già a marzo la siccità aveva fatto riemergere importanti rovine murarie del Castello Morando a Bonavigo. Oltre ad alcuni relitti di età moderna, i ricercatori continuano a rinvenire palafitte e resti di strutture risalenti sia all’antichità, sia all’epoca medievale-rinascimentale.

L’antichità riemerge Dall’Adige al Piave

Nei fiumi Brenta e Piave, invece, la preoccupante secca non ha riportato in luce particolari ritrovamenti ma, ad oggi, ricercatori e archeologi continuano le ricerche. Potrebbero infatti riemergere dai due fiumi veneti, per mano della crisi idrica, importanti piccoli reperti, come armi, anfore o bronzetti antichi risalenti addirittura a migliaia di anni fa. Questo si verificherebbe grazie alla vasta antropizzazione del territorio fin dall’età del Bronzo.

Anche il fiume Bacchiglione, che scorre tra Vicenza e Padova, è tutt’ora oggetto di monitoraggio per l’alta potenzialità archeologica dell’area. La crisi idrica che sta attraversando il fiume veneto, potrebbe dunque svelare nuovi affascinanti misteri riguardanti la storia della nostra regione. Vari ritrovamenti, ancora oggetto di studio, sono stati infine scoperti sul fiume Adige, nei pressi della località veronese di Roverchiara e ad Albaredo d’Adige. Stesso discorso sul fiume Brenta in prossimità della padovana Limena.

Ritorno all’archeo-futuro

In conclusione, almeno per ora, se da una parte agricoltori e amministratori bestemmiano le divinità celesti per ottenere la pioggia, dall’altra parte decine e decine di Indiana Jones, ufficiali o abusivi, ringraziano la crisi idrica a caccia di nuove scoperte tra i fiumi italiani. Probabilmente siamo appena all’inizio di queste singolari scoperte e c’è da giurarci che ne seguiranno moltissime altre, in ogni regione e di ogni epoca. Come se il mondo antico intendesse tornare prepotentemente per sgridarci rispetto la brutta piega che ha preso la società attuale. Un ritorno dei nostri antenati all’archeo-futuro, per ammonire l’uomo della degradante deriva dell’era moderna. Ma non solo climatica, bensì etica e moralmente arida.

Andrea Bonazza

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