Roma, 14 lug — Non c’è pace sul fronte Uber: come se non bastasse il recente scandalo che ha visto un’attività di sfrenato e non sempre limpido lobbying della app di mobilità per conquistare i favori del Presidente francese Macron, (e che avrebbe tentato anche di avvicinare Matteo Renzi, uno scandalo che ha suscitato feroci reazioni di piazza dei tassisti da sempre in competizione con Uber), ecco che dagli Stati Uniti giunge un’altra grana legale. In questo caso si tratta di una maxi-class action promossa da ben 550 donne che hanno fatto causa a Uber, sostenendo di aver subito aggressioni sessuali da parte di autisti della piattaforma di prenotazione di veicoli.

Uber, 550 donne fanno causa per violenze sessuali 

La causa, incardinata presso il tribunale di San Francisco, contesta in primo luogo al gigante digitale della mobilità di non aver mosso un dito pur essendo a conoscenza della gravità della vicenda, sin dal 2014. Lo studio legale Slater Slater Schulman, che sta patrocinando la causa, sostiene che l’inerzia di Uber avrebbe comportato un sensibile aumento delle molestie, delle aggressioni, dei sequestri e degli stupri. Le donne che ad oggi hanno aderito alla class action sono 550 ma fonti dello studio legale sostengono che ve ne sarebbero almeno altre 150 pronte ad aderire e in grado di documentare aggressioni subite.

No comment della società

Uber per ora ha preferito non commentare, trincerandosi dietro un rigoroso silenzio, ma ha comunque confermato che l’azione legale collettiva ha preso avvio nel febbraio scorso. C’è da dire che proprio di recente il colosso della mobilità ha pubblicato gli esiti di una sua ricerca interna da cui emerge come nel solo biennio 2019-2020 vi siano state ben 3824 denunce a carico di suoi autisti.

Non è la prima volta 

Non si tratta della prima maxi-causa che Uber si trova a dover affrontare. Già nel 2018, la app aveva raggiunto un accordo extra-giudiziario con due donne che avevano presentato ricorso. La società dal canto suo assicura di affrontare con la massima serietà e il massimo rigore il problema e di aver messo su una serie di misure finalizzate al contrasto a queste aggressioni. Gli avvocati che hanno però ora presentato la class action non concordano e ritengono che ad esempio Uber dovrebbe installare delle videocamere nei veicoli al fine di documentare quanto avviene dentro di esse, verificare se i propri autisti hanno precedenti penali e prevedere un sistema d’allarme da azionare in caso di aggressione.

Cristina Gauri

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3 Commenti

  1. Se fossi un autista Uber, mi rifiuterei di far salire le femmine. Oggi sembra che vada di moda accusare di stupro uomini a caso.

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