Roma, 24 giu – Se tenessimo a mente le sagge parole di Ludwig von Mises, ossia che “la vita degli individui non è fatta di pura felicità” e che “la terra non è il paradiso”, sapremmo che non esistono teorie politiche o modelli economici in grado di renderci, se applicati alla realtà, santi e beati dal principio alla fine dei nostri giorni. Non vi sono mai stati, infatti, imperi, regni o stati nazionali esenti dall’aver dato origine, nel corso della loro storia, a scempi d’ogni genere.

Va detto, però, che riconoscere i misfatti della Spagna del siglo de oro non significa sminuire la sua grandezza; ricordare che sotto l’impero romano in molti son finiti crocifissi o sventrati dalle belve al fine di divertire un pubblico di grassi aristocratici, non è sufficiente, naturalmente, per dire che “civiltà romana” e “immondizia” siano sinonimi: siffatte interpretazioni vanno lasciate ai poveri promotori della cancel culture. Eppure, oggi, un equilibrato criterio di analisi storica pare trovare scarsa applicazione non soltanto tra gli appena citati signori dell’artificio, ma anche tra molti dei cosiddetti conservatori di destra: giudizi misurati, ragionevoli e tolleranti, a parte qualche eccezione, sembrano essere appropriati solo se relativi a epoche e personaggi talmente lontani nel tempo o nello spazio da prestarsi alle più fantasiose idealizzazioni. I toni, invece, si fanno smodatamente inclementi quando si guarda ai nostri presente o passato recente.

Tra disfattisti e arrendevoli

In tal senso, si è fatta strada una fastidiosa tendenza che punta a screditare quel che si è soliti chiamare, nel suo complesso, “Occidente contemporaneo”, come se le mancanze, i disonori, i grossi errori dei tempi correnti bastassero, da soli, a definire un’intera epoca e tutta una civiltà. Certe visioni nichilistiche che, immancabilmente, scadono in cinica autocommiserazione, sono sorrette, di solito, da una forza critica generica e mai precisa, da un simil-mal di vivere che nasce, probabilmente, dalla convinzione di dimorare in un presente che non è come dovrebbe essere o, semmai, come si vorrebbe che fosse. Illusioni, delusioni, sogni infranti, utopie, nostalgia si mescolano, oggi, come a voler dar vita a un neo-romanticismo davvero poco romantico, molto rozzo e per niente poetico.

Per quanto certi sentimenti possano essere comprensibili, va ricordato che così come sarebbe oltremodo riduttivo voler identificare il XVII secolo europeo solo con la caccia alle streghe o il secolo XIX statunitense solo con lo schiavismo, allo stesso modo sarebbe ridicolo credere di poter individuare lo spirito dell’Occidente degli ultimi cinquanta o sessanta anni solo e soltanto nei pessimi prodotti della “cultura” progressista e nei suoi pietosi sponsor e testimonial: grazie al cielo, la civiltà occidentale è ed è sempre stata soprattutto altro. In altre parole, se il Festival di Sanremo fa schifo, non vuol dire che la cultura occidentale faccia schifo nel suo complesso, in quanto la cultura occidentale non è identificabile, nel suo complesso, solo e soltanto nel Festival di Sanremo. Tantomeno nell‘Eurovision o in Netflix. Una siffatta visione storica, oltre a non rispecchiare la realtà e a non rispettare la dignità dei singoli individui che in tale realtà vivono e operano, rischia pericolosamente di eccedere in quanto a disfattismo e arrendevolezza.

La destra non sta meglio della sinistra

Per di più, tale atteggiamento di categorico rifiuto evoca drammaticamente lo stesso che spinge le frange più stupide della sinistra progressista a condannare alla sedia elettrica quest’Occidente scosso, infine, da un trasandato caos ideologico. Se la sinistra teme il passato, certa destra sembra temere il futuro. E il conto lo si paga ora, in questo presente che pare un ponte traballante tra ciò che non sarà mai più e ciò che, probabilmente, non sarà mai. Duelli tra fantasmi, astrazioni marxiste, variopinte superstizioni e cervellotiche profezie sono i soliti personaggi di uno spettacolo scadente e ripetitivo, le diverse maschere dello stesso vecchio attore: che sia, una volta per tutte, giunta l’ora di chiuderlo questo sipario?

Melania Acerbi

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1 commento

  1. Per Noi il sipario si chiuderà solo e solamente quando emergeranno e “detteranno legge” uomini che non crederanno sempre di avere ragione, che sapranno ascoltare i più autorevoli nei fatti e negl’ anni ed opereranno in sinergia gerarchica. In alto i cuori e lontani dal dire senza senso compiuto!

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