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Milano, 2 apr – “Se solo potessi sguainare la mia spada al di sopra del Cielo, ti dividerei in tre pezzi: una parte per l’Europa, una all’America, una da lasciare in Oriente. Così condivideremmo insieme un mondo di pace. Lo stesso caldo e lo stesso freddo in tutto il mondo”. Nel ventre delle ideologie senz’anima Mao Tse-tung, nei versi del componimento Kunlun datato 1935, mise in riga il riflesso condizionato della Rivoluzione francese. Con questa citazione del Grande Timoniere, Alberto Palladino ha introdotto e curato Soldato di ventura (Altaforte Edizioni, 23,00€, 256 pag.) il libro di una vita, quella di Flavio Andreon. L’autore, natio di Pordenone, accompagna il lettore nella sua personale Apocalypse Now. Nella sua personale Angola.



Un soldato di ventura in Africa

Terra, sangue e il profumo della polvere da sparo. Un racconto, un diario della guerra civile angolana tra la fine degli anni ’70 e gli albori degli anni ’80 che si addentra nell’anima di un soldato, di un volontario, di un mercenario. Uno di quelli che si sono trovati precipitati in una terra non loro, portatori di una lucifera fiaccola di guerra. Il tutto racchiuso in uno sguardo che gli uomini di ogni angolo della terra hanno intuito e raccolto, perché ogni uomo è in guerra contro qualcosa. Richiamati da una terra che porta il nome d’Africa, landa amata e spietata che fa da sfondo a queste pagine di vita vissuta. Per questo il mondo nasce nel dolore altrui e si conclude nel nostro.

Black Brain


Il Colonello Kurtz, nelle sembianze di Marlon Brando, si preoccupa che suo figlio non capisca “quello che ho cercato di essere”, lo stesso dilemma che porta con sé Andreon. Una traccia, un’impronta, qualcosa che risuoni ben oltre l’esistenza materiale. Schegge che si frammentano attorno a noi dove sulla scacchiera un soldato bianco compie i propri gesti tra la moltitudine di pedine nere. Le pagine del libro non ci mostrano chi ha fatto la prima mossa, ma forse importa qualcosa? Importa solamente l’ultima mossa e quella è tutta nelle mani del protagonista.

Una guerra infinita


Franco Nerozzi, autore e giornalista che ha voluto vedere dove porta la storia dell’Occidente in fiamme, nell’introduzione al testo racconta la sua Africa. Qualcosa che rende il continente nero “un’amante perversa e irresistibile. Sopravvivere al suo amplesso può renderti un uomo diverso per sempre. Se non ti uccide, l’Africa ti illude di essere immortale“. Una sensazione calda su tutto il corpo. “O ti fa credere di saper attendere la morte con il sorriso sulle labbra”. Un brivido gelato lungo la schiena. Anche se poi è la stessa cosa vivere o morire cercando il perché nascosto dietro il velo del globo uniformato in ogni sua rotondità. Una società ginecocratica come la nostra aborrirà davanti alle pagine scritte col sangue dall’autore, il rischio zero ha reso puritano ogni pericolo. Eppure dietro al puritanesimo, figlio degli Stati Uniti d’America per citare Locchi e de Benoist, ci sono ancora storie che valgono la pena di essere raccontate. La guerra, in fondo, non è ancora finita.

Lorenzo Cafarchio

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