In occasione del 51esimo anniversario della morte di Yukio Mishima ripubblichiamo questo articolo del novembre 2020 di Filippo Mercuri. 



Roma, 25 nov — Era il 25 novembre 1970 quando lo scrittore giapponese Yukio Mishima occupava il palazzo del ministero della difesa di Tokyo e dal balcone arringava con un proclama i militari riunitisi lì fuori. Protestava contro la la smilitarizzazione del paese per mano americana e la distruzione dello spirito dei samurai dell’eterno Giappone che stava seguendo invece l’infatuazione per la prosperità economica a discapito dei valori incarnati nella figura dell’Imperatore, figlio della dea del sole. Rientrato nel palazzo, compì il suicidio rituale del seppuku squarciandosi il ventre con la sua katana e venendo decapitato da uno dei quattro uomini che lo avevano accompagnato, membri del gruppo paramilitare creato due anni prima come comunità eroica nella solidarietà estrema della morte.

Il suo fu un gesto studiato negli ultimi dieci anni di vita che va inteso come rigetto della mera vita biologica nell’abnegazione guerriera e che va contestualizzato. Per questo è importante leggere il suo testamento spirituale Sole e acciaio, scritto nel 1968 come “forma intermedia tra la confessione e la critica”, dove viene messa a nudo quell’anima purissima che incontrò la spada nell’alchimia di arte, letteratura, culturismo e Tradizione quale principio imperituro al divenire.

Mishima nella notte del pensiero tra Oriente e Occidente

Mishima rappresenta il punto d’incontro tra la moderna letteratura occidentale e l’antica saggezza orientale. È infatti nelle notti alla Novalis e i crepuscoli di Yeats che trovava rifugio nella consapevolezza della tarda manifestazione dell’idea del corpo a dispetto della precocità con cui nacque l’indole creativa.

La notte della riflessione è il momento per comprendere di dover scolpire il suo corpo sulla bellezza ideale del pensiero. Un forte estetismo il suo, che manifesterà dopo aver “rincontrato” il sole.

Il sole quale principio superiore

Il sole per Mishima era sempre stato legato alla disfatta giapponese del 1945, avendo “brillato sul sangue che sgorgava incessantemente dalle carni” dei giovani soldati morti. È nel 1952, in occasione del suo primo viaggio all’estero, che riuscì a cogliere “il principio che avrebbe voluto seguire sopra ogni altro”, quel sole che abbronzandogli la pelle gli impresse il marchio di appartenere a un’altra razza e che lo stimolava a “trascinare il pensiero fuori dalla notte delle sensazioni viscerali, fino al rigonfiamento dei muscoli fasciati da una pelle luminosa”. Quello che farà con l’acciaio del bilanciere e dei pesi. Le pagine di questo piccolo libro sono pregne di bellezza nella loro capacità di fornire all’indole intellettuale lo stimolo per diventare ardita, facendola godere della crescita dei muscoli nel gusto per il dolore dello sforzo atletico.

L’unione della letteratura e dell’arte marziale

Nell’epoca in cui erano crollati tutti i valori Mishima sentiva necessario “far rivivere antiche virtù come «l’unione della letteratura e dell’arte marziale»”. Fece coesistere in se stesso questi due poli opposti, nel conflitto perpetuo tra equilibrio e contraddizione. Se le arti marziali del kendo e del pugilato si risolvevano nel desiderio della morte la letteratura gli permetteva di controllarla usandola “segretamente come forza motrice da utilizzare in false costruzioni” miscelandovi opportunamente la vita: “L’arte «marziale» è morire insieme ai fiori, la «letteratura» è coltivare fiori imperituri. E i fiori che non appassiscono mai sono fiori artificiali”.

L’onore della morte eroica di Mishima

Mishima volle superare queste due logiche della letteratura e dell’azione, viste entrambe come “un effimero tentativo per opporsi alla morte e all’oblio”. Fu così che ragionò sul concetto di onore, considerando la morte come “qualcosa che viene guardato” con la sua estetica e tragicità, dunque richiedendo un fisico adatto. È solo l’azione suprema che consente all’uomo “l’oggettivazione di se stesso, cosa che la modernità gli impedisce nella sua visione massificante della società. Di qui la bellezza “spirituale ma anche altamente erotica” della «squadra speciale d’attacco» dei kamikaze giapponesi, il vento divino, in quella ricerca della morte vista come la più alta ricompensa che gli dei possano concedere. È la concezione del mondo che si può ritrovare similmente anche tra gli antichi greci.

Il serpente che vince ogni polarità

Fu nel giorno in cui Mishima prese quota con l’aereo F-104 che si diresse con il corpo verso il “territorio dello spirito”. Questa esperienza lo portò alla visione della verità: un enorme serpente che circonda la terra e vince ogni polarità continuando a inghiottirsi la coda. È un’esperienza affine a quella di Icaro, cui è dedicato il componimento finale, che scelse di volare assetato di conoscenza con ali di cera che si fusero in prossimità del sole.

Come si può intendere, bisogna saper cogliere il bello che trasuda dalla vita Mishima sapendogli riconoscere anche il narcisismo eroico e il gusto per l’azione clamorosa. A ciò si aggiunge una non ben chiarita omosessualità di stampo cameratesco, sullo stile di quella che taluni trovano in Achille e Patroclo, alla luce del suo matrimonio. Non sono questi gli aspetti che devono stimolarci quanto invece l’ordine interiore e i valori del Giappone tradizionale che Mishima seppe incarnare con un’anima delicata come il fiore del ciliegio. Per elevarsi come Icaro oltre il grigiore conformistico del mondo moderno ed immergersi nell’azzurro del cielo.

Filippo Mercuri

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6 Commenti

  1. Il viaggio sul sentiero della morte
    a lungo atteso
    ora mi è noto
    così decido il mio destino
    prima di te che non conosci questa via.
    (Yukukawa Sampei Munenori)

    Sampei Munenori fu uno dei 47 ronin che parteciparono all’assalto del palazzo di Kira per vendicare la morte ingiusta del loro signore Asano Takumi Naganori; compose questa poesia, così come fecero altri appartenenti al gruppo, poco prima che l’attacco iniziasse; il più anziano della compagine, Horibe Yahei Kanamaru, aveva 78 anni: legò un drappo alla sua yari (il tipo di lancia giapponese) ove aveva scritto:

    Per quanto io abbia vissuto
    e conosciuto tutte le cose piacevoli
    che la vita può offrire,
    non c’è nulla che possa superare
    la vittoria di oggi.

  2. ….
    sotto un certo punto di vista,ammiro gente come lui.

    MA, non posso fare a meno di pensare che
    buttare la propria vita per ideologia….
    sia sempre e solo un inutile spreco di pelli seminuove:

    molto meglio spendere la vita cercando di cambiare le cose,no?
    tanto più che mentre cerchi di cambiarle fai in tempo anche a viverla….

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