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Roma, 25 mag – In molti hanno dato il sovranismo per morto. Ma sarà poi vero? In effetti, tutta quest’ansia di recitare il De profundis, per poi affannarsi a scrivere sbrigativi necrologi, pare scaturire più da un augurio che da una lucida analisi della realtà. O qualcuno pensa davvero che, per dirne una, d’ora in poi non ci saranno più frizioni tra l’Italia e l’Unione europea? Se qualcosa è morto, semmai, è il «sovranismo alle lasagne»: quello di chi ha nostalgie democristiane, insulta i francesi perché non hanno il bidet e ha scambiato l’identità italiana per la difesa di Pulcinella e del festival di Sanremo. Insomma, ad essere fuori dalla storia non è il sovranismo, ma la sua parodia. Parodia diffusa dai nemici di fuori, certo, ma anche dai nemici di dentro. A fare chiarezza in questo contesto caotico e proteiforme, ci ha provato Valerio Benedetti con Sovranismo: la grande sfida del nostro tempo (pp. 336, € 25), il suo nuovo libro edito da Altaforte.



Per un sovranismo radicale e futuribile

Come spiega Benedetti nell’introduzione al volume, «l’opera che vi apprestate a leggere non è una rassegna di politici, intellettuali, partiti o movimenti che comunemente vengono definiti sovranisti. Non si occupa di cronaca, né intende crearsi un letto di Procuste in cui costringere tutti quei personaggi che la stampa suole accostare al sovranismo. Sarebbe una perdita di tempo, oltre che un atto di arroganza. Il proposito di questo libro è ben diverso, e anche più ambizioso: dimostrare che il sovranismo, diversamente dal populismo, non solo ha tutti i crismi per imporsi come una categoria politologica in grado di reggere il confronto con la controparte globalista, ma è anche un collettore capace di generare una vera dottrina politica». In sostanza, quello di Benedetti è un tentativo di declinare il sovranismo secondo coordinate radicali e futuribili, rifuggendo dalle scorciatoie, dai vicoli ciechi e dai deragliamenti che hanno caratterizzato certi ambienti del variopinto «fronte sovranista».

Il nemico non è l’«Europa», ma il globalismo

Cesellando la sua concezione di sovranismo, il caporedattore del Primato Nazionale intende quindi farla finita con molti luoghi comuni che hanno da sempre accompagnato l’argomento. Innanzitutto, per Benedetti il sovranismo non è affatto una forma di populismo, bensì una categoria politica autonoma e maggiormente definita. Inoltre, il suo nemico giurato non è l’Europa (intesa come cultura e civiltà), bensì il globalismo, con tutte le sue propaggini (tra cui c’è anche l’Unione di Bruxelles). Nell’analisi dell’autore, infatti, il globalismo si configura essenzialmente come un «incesto liberal-marxista», ossia come una mostruosa alleanza tra cosmopolitismo e neoliberalismo, le due ideologie che hanno conquistato l’intero Occidente dando vita alla tirannia del «pensiero unico». Un pensiero che – è un fatto – ha individuato proprio nel sovranismo la più grave minaccia per la sua esistenza.

Altaforte ridisegna il sovranismo

Insomma, l’operazione di Benedetti e Altaforte è chiara e dichiarata: ridisegnare le coordinate del sovranismo per fornire un efficace armamentario ideale a un fronte dissidente ampio ma confuso. Come spiega sempre l’autore, «il sovranismo che emerge da queste pagine è un campo di forze da cui scaturiscono una visione del mondo e un orientamento per l’azione. Impresa ambiziosa, ce ne rendiamo conto. Ma la posta in gioco è troppo alta: c’è una guerra che, lo si voglia o meno, è ormai stata dichiarata dal fronte globalista. Occorre pertanto combatterla, ma soprattutto vincerla. Per farlo, è essenziale dotarsi delle giuste armi culturali, facendola finita con slogan e anticaglie ideologiche di dubbia validità e di ancora più incerta utilità. Per raggiungere lo scopo, occorre inoltre rivolgersi a tutti quegli spiriti affini che ancora credono nell’Italia e nel suo avvenire, ben oltre gli usurati schemi di destra e di sinistra. Detto altrimenti, il sovranismo può avere un futuro solo se saprà essere insieme identitario e sociale. Il che vuol dire che dovrà opporsi tanto al cosmopolitismo quanto al neoliberalismo, incardinando la propria Weltanschauung attorno a concetti come patria, popolo, indipendenza, lavoro e giustizia sociale. Più che un programma, è una rivoluzione culturale quello di cui abbiamo bisogno. E non c’è più tempo da perdere».

Gabriele Costa

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