Roma, 27 lug – Nelle ricostruzioni storiche ci sono, talora, falsificazioni che diventano “miti”, in quanto tali intoccabili e indiscutibili. Per quanto riguarda certa contemporaneità italiana, se il “mito” dei GAP è stato di recente ridimensionato, con riferimento a numeri, fatti e uomini, dai lavori di autori pure non ostili, come Peli, Borgomaneri e Adducci, niente è stato fatto per la vicenda degli Arditi del Popolo, non di rado invocata, anche in termini di attualità, dal fronte politico antifascista. Proviamo a “mettere in discussione” il mito, premettendo che, di fronte alla vastità della materia, la sintesi necessaria in un articolo di giornalismo on line suggerisce di andare per punti:

1. DENOMINAZIONE: Argo Secondari, che fu il fondatore dell’Associazione, e che dagli Arditi proveniva, scelse il nome per un evidente effetto-trascinamento, contando sulla fama guerresca delle Fiamme Nere: esplicitamente (“Come fummo Arditi in battaglia…e come nei Reparti d’Assalto…” scrisse nel primo Manifesto) ma abusivamente. Nell’elenco, infatti, di circa 1500 nomi che Eros Francescangeli ha allegato al suo libro agiografico, solo per due è citata la provenienza dai Reparti d’Assalto, così come nel libro –parimenti “amichevole”- di Valerio Gentili, dei 5 più attivi elementi romani solo uno è un ex Ardito. Se trasferiamo questi numeri ad un totale tra i 5 e 10 mila, non sembra fuor di luogo ipotizzare non più di un centinaio (su 30/35.000 presenti al fronte) di “veri” Arditi tra le file social-comuniste.


2. SIMBOLI: sempre Secondari scelse il simbolo (“teschio con il pugnale degli Arditi fra i denti, circondato dalla scritta “Arditi del popolo”), mutuato dall’ANAI. In realtà, però, fu più frequentemente esibita la semplice bandiera rossa (o anarchica, rosso-nera) o un gagliardetto del tipo di quello della forte Sezione civitavecchiese (originariamente “in velluto nero ricamato d’oro e seta”…non proprio un drappo “proletario”), che raffigurava un’ascia che recideva un fascio.

3. LINGUAGGIO: finché (un mesetto circa) la guida dell’Associazione fu affidata a Secondari, non mancarono suggestioni dannunziane nei documenti (“la vita è per noi una parentesi dentro la morte”) o nella denominazione delle formazioni “combattenti” (a Roma, per esempio: “Temeraria, Dannata e Folgore”). Tutto, però, cessò, col ritorno a più consueto lessico internazionalista e victorhughiano, con l’avvento del socialista Mingrino.

4. NUMERI: Il ministero degli Interni, nell’ottobre-novembre del 1921, fissò in 5.706 il numero complessivo dei seguaci di Secondari, mentre Francescangeli, ottanta anni dopo, ha parlato di ventimila. Attestiamoci sul dato mediano di 10.000, per dire, comunque, che fu ben poca cosa, se si considera che i soli Nazionalisti e nella sola Roma, con la loro Unione Popolare Antibolscevica, avevano 5.000 aderenti e che, all’incirca nello stesso periodo, la nota circolare Pasella decretò il passaggio nelle “Squadre di combattimento” (alla “prima linea”, cioè) di tutti i 310.000 aderenti ai Fasci.

5. TEMPI: Gli Arditi del popolo fecero la loro prima (ed unica) apparizione pubblica a Roma, quando il 6 luglio del 1921, in alcune centinaia, inquadrati ed armati di nodosi randelli, sfilarono all’Orto Botanico, in una esibizione di forza che intendeva impaurire i fascisti. Intenzione fallita, perchè la sera stessa gruppi di squadristi gli assaltarono la sede a Palazzo Venezia. A fine mese l’Associazione andò già in crisi con il ridimensionamento di Secondari, e, nel giudizio del loro più recente cantore ufficiale, il citato Francescangeli: nel novembre gli Arditi sono ormai scompaginati. A seconda delle realtà il movimento sopravvive in maniera disordinata e clandestina per oltre un anno….è chiaro comunque che…anche la capacità di combattimento subisce notevoli menomazioni, riducendosi a pura, estrema, immobile difesa in ordine sparso”. Qui ci sta tutto il paragone, accennato all’inizio, con i GAP, che furono operativi, in pratica, sia pure con lunghi intervalli di inazione, dal novembre ’43 (assassinio di due Ufficiali tedeschi a Milano) alla primavera del ’44, quando alcune sciagurate iniziative (episodio Di Nanni a Torino, assalto alla casa del Fascio a Sesto S Giovanni, omicidio Gentile a Firenze e attentato di via Rasella a Roma) provocarono la reazione fascista e lo smantellamento dell’intera organizzazione. Dopo vennero le SAP, ma è un’altra storia…

6. MODI: gli Arditi in guerra venivano condotti dai 18 BL in prima linea, portavano a compimento con velocità la loro azione risolutiva e tornavano agli acquartieramenti. Metodica di azione che sarà fatta propria (con gli stessi 18 BL) dalle squadre fasciste nelle “spedizioni punitive”. Gli Arditi del Popolo, invece, si limitarono ad una difesa statica del territorio, in attesa dell’attacco nemico. Così dietro le mura di Viterbo, nelle strade di Civitavecchia, aldilà dei ponti di Parma, arrivando addirittura ad un reclutamento rionale dei loro “Battaglioni” nella città di Roma. Una non lieve differenza operativa che ancora più marca l’indebito riferimento all’Arditismo nel nome dell’Associazione.

La bandiera degli Arditi del Popolo di Civitavecchia.

7. ADERENTI: detto della irrilevante presenza di Arditi di guerra nelle file dell’Associazione, va evidenziata una circostanza normalmente sottaciuta: forte era invece il numero dei pregiudicati per reati comuni. Comunicazioni prefettizie riservate (per esempio a Parma e La Spezia, per dire solo di due città “simbolo” in materia) attestano questa realtà, così come è noto che la scissione romana fu in gran parte determinata dalla volontà di Secondari -contrastato da Bottai- di ammettere all’Associazione Arditi elementi malavitosi suoi compagni di osterie.

7. CAPI: tre sono i personaggi di spicco più noti nel campo degli Arditi del Popolo. Vediamoli brevemente e singolarmente:

Argo Secondari: Ardito e decorato in guerra, era un tipico esponente di quelle personalità “sopra le righe” (Ferruccio Vecchi è un esempio “dall’altra parte”) che in trincea erano emerse ed avevano difficoltà a rientrare nei ranghi della vita civile. Enrico Rocca, insospettabilmente già nel 1920, quando cioè era ancora poco conosciuto, lo definì “mattoide”; i suoi stessi seguaci, a fine luglio del ’21, dopo meno di 30 giorni dall’insediamento, lo defenestrarono dalla guida dell’Associazione (e ci fu chi pensò ad un accoltellamento) per carattere e modi eccessivamente autoritari; concluse la sua esistenza in manicomio nel 1942. Solo una forzatura propagandistica è da considerare, pertanto, l’ipotesi “antifascista“, che attribuisce i sintomi di pazzia e la conseguente morte in clinica psichiatrica ad una bastonatura –peraltro abbastanza incerta nei contorni- subita nel 1922, cioè molti anni prima.

Giuseppe Mingrino: Ardito e decorato anche lui, Parlamentare socialista, fu l’anima nera dell’intrigo di palazzo che defenestrò Secondari, ma non seppe arginare il declino dell’Associazione. Con l’avvento del fascismo, proseguì in maniera grama la sua esistenza, prima implicato in un processo per storie di droga, e poi come informatore dell’OVRA.

Guido Picelli: combattente, ma non fra gli Arditi, bensì …nella Croce Rossa. Noto a Parma come reclutatore di nullafacenti e malviventi nelle cantine, tanto da essere soprannominato dai suoi stessi compagni “Onorevole Bettola”, era anche burlescamente deriso per quell’episodio che lo vide, affrontato da alcuni squadristi per un “chiarimento”, protagonista di una velocissima fuga, al punto di lasciare il cappotto in mano ai suoi interlocutori (che provvidero ad esibirlo come trofeo in tutta la città).

8. FATTI: quattro sono gli episodi normalmente citati come punte di diamante dell’azione degli Arditi del Popolo. Escludendo qui –per la complessità di una sia pur sommaria ricostruzione- i fatti di Sarzana (dove comunque protagonisti furono Carabinieri ed elementi sanguinari fino al sadismo), limitiamoci agli altri tre, per evidenziare più di una sorpresa:

Viterbo 10-12 luglio 1921: dalla sera del 10, dopo la partenza di fascisti forestieri che, venuti per un comizio, erano stati coinvolti in incidenti, i sovversivi diedero luogo ad una “occupazione di città” (consueta in quei tempi): cominciarono a girare armati, occuparono le mura, si abbandonarono a violenze. Dei fascisti (che non avevano programmato alcun “ritorno”), comunque, nemmeno l’ombra, anche se la vittima ci scappò: un quindicenne straniero che, con madre e autista, stava tornando a Roma, su un autovettura scambiata per “fascista” e fatta oggetto di fuoco di fucileria “arditesco-popolare”.

Civitavecchia 4 agosto 1922: sulla città, dove era in corso lo “sciopero legalitario” conversero un centinaio di squadristi grossetani in treno. Pure se al loro arrivo furono accolti da qualche schioppettata in lontananza e circondati da militari e Forze dell’Ordine, fecero –sostanzialmente indisturbati- la programmata “passeggiata dimostrativa” fino al centro e accolsero poi (l’ordine mussoliniano era di evitare ad ogni costo incidenti con le Autorità) l’invito questurinesco a ripartire. Solo allora “assicuratisi della partenza del treno fascista, gli Arditi del Popolo con alla testa il loro gagliardetto, e fra gli applausi della popolazione, improvvisarono una dimostrazione” come scrisse, con involontaria ironia, Umanità Nuova, il giornale anarchico “fiancheggiatore” dell’Associazione di Secondari.

Parma 3-6 agosto 1922: anche qui, mentre era in corso la “sciopero legalitario”, giunsero le squadre (in misura ben più consistente, però, data la maggiore disponibilità di uomini in zona: si parlò di oltre 10.000 squadristi). Ma non vi fu alcun contatto con i sovversivi, trinceratisi Oltretorrente, con i ponti guardati a vista da militari e Forze dell’Ordine. Valse anche a Parma l’ordine mussoliniano di non provocare incidenti con le Autorità: i fascisti, allora, occuparono il resto della città, fecero incursioni in provincia, controllarono la situazione da tetti e campanili, finchè, ottenuto il richiesto passaggio dei poteri all’Autorità militare, smobilitarono. Nessun morto fascista, 5-6 tra gli avversari, colpiti da fuoco a distanza.

Questa la realtà dei fatti: 3 episodi nei quali non vi fu alcun “contatto” tra fascisti e Arditi del Popolo, nessun morto fascista, qualcuno avversario a Parma: bagatelle, per quei tempi. Al più si potrebbe parlare, con molta buona volontà, di una “mobilitazione preventiva”, che sfociò in nulla di fatto.

10. MOTIVI DEL MITO: a favorire la leggenda degli Arditi del Popolo non furono solo i loro sostenitori, ma anche gli stessi avversari, che, spesso e volentieri, trasformarono, dal luglio del ’21 in poi, ogni scontro di piazza in un confronto con i seguaci di Secondari, anche quando si trattava piuttosto di routinarie –pur se non di rado sanguinose- zuffe fascisti-sovversivi. Ciò, quindi, anche laddove di Arditi del Popolo non si era nemmeno sentito parlare, in un maldestro tentativo di eroicizzare se stessi con la sconfitta e la fuga degli avversari. Tentativo che produsse, però, il non previsto effetto di contribuire a creare il “mito” dal quale eravamo partiti.

Giacinto Reale

Vedi qui il primo capitolo dello speciale

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5 Commenti

  1. Ti faccio i miei complimenti perchè non ho mai letto cosi tante stronzate in un articolo, però leggo i vostri pezzi per ridere perchè sono davvero divertenti.

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