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Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della strage di Bologna, proponiamo un articolo scritto in occasione del quarantennale della tragedia e pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2020.



Quarant’anni fa si verificava l’attentato terroristico più importante della storia italiana: alla stazione ferroviaria di Bologna un’esplosione falciava ufficialmente 85 persone. I riscontri tecnici e le indagini di chi non s’è arreso lasciano supporre che siano state almeno 86, forse 87. L’attentato fu immediatamente attribuito alla destra radicale. Una serie interminabile di processi privi di obiettività ha portato alle condanne definitive di «Giusva» Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Un nuovo processo, di primo grado, ha aggiunto tra i colpevoli Gilberto Cavallini.

Strage di Bologna: una sentenza infondata

Una serie di perizie concesse durante quel processo, dopo 38 anni di resistenza dei giudici, ha svelato quanto gli elementi dei collegi difensivi fossero fondati. Per farla breve, si è determinato che quello che era stato determinato in precedenza sull’esplosivo era falso; che qualcuno aveva fatto scomparire il cadavere di una vittima per seppellire al suo posto quello di un’ignota, anonima, terrorista; che sul luogo dell’attentato erano presenti una serie di personaggi legati alle Brigate Rosse, alla Scuola Hypérion di Parigi e all’ala trozkista della Stasi.

Dal punto di vista indiziario e probante è fuor di discussione che una colonna rossa trasportava quell’esplosivo e che l’esplosione avvenne o per un errore fatale o per un sabotaggio, interno o procurato dal di fuori. Giudiziariamente parlando, la prima cosa da pretendere è la rimozione della targa che attribuisce l’attentato ai fascisti e l’apertura di un’inchiesta in quella direzione.

Il ruolo di Bellini

Parallelamente la Procura di Bologna ha aperto le indagini su di una serie di mandanti, complici e co-esecutori (della pista «fascista» ovviamente). Sono personaggi degli apparati dello Stato e in particolare dell’ala pro-israeliana (Federico Umberto D’Amato). C’è anche un certo Bellini, spacciato per fascista in quanto assassino del compagno reggiano Alcide Campanile, messo a tacere in seguito al rapimento Saronio, di cui vennero incolpati personaggi già chiamati in causa per la strage dell’Italicus.

Campanile fu assassinato da fuoco amico e questo Bellini, di cui si è costruita a posteriori una finta militanza nera, in realtà trafficante internazionale di opere d’arte trafugate, era il probabile referente dell’autonomia reggiana in questo genere di attività (svaligiare le case dei genitori) effettuate per finanziare il movimento. È stato provato almeno un incontro tra il Bellini e uno dei tedeschi presenti a Bologna il giorno della strage (Kram) insieme a due indagati per il processo Saronio.

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Questo Bellini chi è? Si tratta di un malfattore, utilizzato dal padre, ufficiale paracadutista, in operazioni di infiltrazione e di intelligence. Poi killer della ’ndrangheta e pentito. Nel 1992 su indicazione di Francesco Di Carlo, uno degli indagati a Londra dell’omicidio Calvi, e per il tramite del maresciallo Tempesta – al quale sarà presentato come agente del servizio israeliano, cosa confermata dal Di Carlo ai mafiosi – verrà inserito dai Ros dei Carabinieri nella cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Totò Riina, ribadendo che per i mafiosi il personaggio faceva capo ai servizi italiani e anche israeliani, sosterrà davanti alla Commissione Antimafia, che sospettava che il Bellini avesse suggerito gli attentati mafiosi, per conto, ovviamente, degli apparati.

I servizi e Israele

È la prima volta che viene puntato l’indice sugli apparati italiani e sull’ambiente israeliano.
Questa è una novità rilevante che non va trascurata, anche se dalla lista degli imputati, per una buona metà morti, mancano tutti coloro che effettuarono i depistaggi a copertura della colonna rossa e contro i movimenti della destra radicale (personalmente ne ho collezionati tre, vari processi e 20 anni di latitanza…), ricorrendo ad altri agenti in quota Mossad, come il millantatore Elio Ciolini, utilizzato per un depistaggio che si concretizzerà nel 1982 nella spedizione armata con assassinio in Bolivia di Pierluigi Pagliai, militante di Avanguardia Nazionale, da parte delle squadre con licenza d’uccidere del ministero dell’Interno.

Tuttavia il segnale è importante perché sembra avallare la tesi del sabotaggio della colonna rossa da parte di qualcuno che la controllava da presso: ovvero gli israeliani con i loro referenti nella Stasi, in Hypérion e negli apparati italiani. L’impegno fanatico messo in atto dai vertici di tutti gli apparati italiani dell’epoca (Sismi, Sisde, Ucigos, Polizia, Carabinieri) nei depistaggi e la data in cui questi cominciano a essere attuati, ovvero tre settimane prima della strage, lasciano non pochi dubbi sul fatto che le complicità di questi signori si limitassero all’affossamento delle prove.

Alleanza sporche

A quarant’anni dalla strage è sicuramente sensato rivendicare la riapertura delle indagini, facendo leva sugli indizi rossi ma anche percorrendo, però seriamente, i fili dell’ultima pista della Procura. Questo vale per giornalisti, avvocati, ricercatori e giuristi. Benché si viva ormai nell’esaltazione della tecnocrazia, è però necessario esprimere anche una valutazione storico-politica che dev’essere fondata sulla lettura del quadro d’insieme e sui collegamenti tra eventi terroristici e strutture che vi sono state coinvolte.

Non si può prescindere dalla conoscenza del terrorismo di allora. Sorta sulle fondamenta del terrorismo rosso della Guerra di Spagna e sulla sua continuità nella guerra partigiana, questa piovra del terrore possedeva santuari ad est (Praga) e ovest (Parigi). Il paravento della guerra fredda permetteva a vere e proprie conventicole criminali di conquistare un potere di taglio mafioso. Le relazioni disinvolte tra apparati apparentemente incompatibili erano saldissime. Stasi (Germania comunista), Cia (Stati Uniti) e Mossad (Israele) cooperarono in Germania e in Francia a più riprese, e ciò avvenne anche in Italia.

Non c’era soltanto la guerra fredda, ma anche la questione israeliana. Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) e la rottura di relazioni con la Russia, più il raffreddamento con gli Stati Uniti dovuto all’assassinio di una trentina di militari americani sulla Us Liberty, il Mossad si attivò per spingere l’estrema sinistra occidentale alla lotta armata e ne conquistò il controllo nel 1971.

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La strategia della tensione prevedeva anche l’utilizzo di frange estreme palestinesi ostili ad Arafat. Una vera e propria organizzazione pro-palestinese venne messa in piedi da Nathan Yalin-Mor, dell’ambasciata israeliana di Parigi, con il sostegno del capo-sovversivo internazionale Henri Curiel e di un altro filantropo «pro-palestinese», Rabinovici.

Il controllo di tutta la colonna rossa presente a Bologna, per Tel Aviv era dunque totale. Da parte francese contava anche sulla scuola Hypérion di cui il vicedirettore, Duccio Berio, era figlio di un fanatico dell’intelligence sionista. Da parte tedesca il capo del servizio della Stasi, Markus Wolf, era amico d’Israele, da cui ricevette vari apprezzamenti, e in ottime relazioni con Kissinger, il segretario di Stato tristemente noto per l’affare Moro. Se sabotaggio ci fu, non è molto più in là che va cercato.

Di chi è la responsabilità della strage di Bologna?

Fu comunque un atto di guerra? Da parte israeliana e/o del Patto di Varsavia? Dall’anno prima, la situazione tra Mosca e l’Occidente si era tesa effettivamente, per via del tentativo russo di penetrare in Afghanistan. Ma c’era anche una guerra ben più importante. Italia e Francia stavano cooperando all’armamento nucleare dell’Iraq e Israele era sul piede di guerra. Nel 1979 aveva fatto saltare in Francia la centrale nucleare di Seyne-sur-mer e nel 1980 aveva sequestrato, torturato e ucciso a Parigi l’ingegnere nucleare Yaya El Meshad. A giugno del 1980 il primo cargo di uranio arricchito era passato in Iraq e si lasciò credere che fosse a bordo del Dc9 abbattuto sui cieli di Ustica, partito proprio da Bologna. Gli israeliani erano preoccupati e a dir poco scontenti.

Se l’esplosione del 2 agosto non fu dovuta a imperizia ma ad un atto di guerra, è questo il quadro da tenere in mente. La rappresaglia per l’arresto di un dirigente di un’ala palestinese (Saleh), d’altronde controllata dagli israeliani perlomeno tramite Parigi, non sembra credibile più di tanto. Ha più l’aria della costruzione di uno scenario sul quale intervenire tramite false flag. Un sistema allora molto in uso, basti pensare agli attentati romani dell’organizzazione terroristica di destra Mrp, costruita dalla P2 e da confidenti dei Carabinieri, concepita proprio per creare l’humus per un qualcosa che gli apparati si attendevano, e forse avevano letteralmente apparecchiato. In ogni caso, quand’anche si trattasse di un’esplosione fortuita durante il trasporto, si consideri che vi si trovavano coinvolti italiani, francesi e tedeschi, e soltanto, eventualmente, un palestinese. L’alternativa alla matrice israeliana è dunque rossa: definirla palestinese sarebbe talmente improprio da essere un depistaggio.

Gabriele Adinolfi

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6 Commenti

  1. La strage di Bologna è Made in USA basta guardare alle macerie
    https://massimosconvolto.wordpress.com/2018/09/22/indeformabile/
    senza farsi depistare.
    Un avvertimento USA ai “rossi” che avrebbero voluto arrivare a governare per dimostrare che loro potevano qualsiasi cosa anche in “casa” dei russi e alla loro faccia quindi era meglio per i rossi stare buoni, a cuccia.
    Erano gli anni della guerra fredda, non dimentichiamolo.
    Una strage per l’interesse economico USA come Nizza
    https://youtu.be/rqENrWfsV4E
    e tanti altri negli ultimi tempi.
    Attentati per tenere le pecore nel gregge con la paura.
    I fascisti dei rossi, anche se ormai sono diventati rosa, non hanno niente a che vedere con la strage di Bologna.

  2. Prove Sietemerda?
    Io le ho fornite e l’articolo è stato publicato a processo penale d’Appello in corso.
    Nessun avviso di fine indagine per calunnia ex art. 368 c.p. ricevuto nonostante quanto scritto.
    Tu?
    Prove?
    Ti stavi guardando allo specchio quando hai creato il nick?

  3. Che i camerati veri non c’ entrino con la strage di BO e altre stragi è davvero assodato. Chi li ha conosciuti, anche da parte avversa ma in buonafede, lo sa perfettamente.
    Non sarei però così tanto certo nel supporre la regia sinergica (!) di dannati apparati interni/esteri.
    Il nostro territorio era colmo di personaggi infimi, poco avvezzi alla collaborazione, protesi alla ricerca della “medaglia” e che per questo correvano e lasciavano correre in attesa del momento più propizio, più proficuo.
    Su cinque attentati dimostrativi del 12 dicembre ’69, uno, quello sfociato inopinatamente nella strage di piazza Fontana, ha consentito al cinismo rosso di strumentalizzare (qualcuno ricorda p.es. la C.Cederna?), spianandosi così la strada verso la conquista del potere.
    I successivi attentati, stragi, ritengo siano da leggersi come assolutamente volute in chiave del potenziamento del credo e della volontà antifascista.
    La “politica” delle stragi è storicamente, indiscutibilmente sorta dal criminale nichilismo rosso anarcoide ben prima del ’45 (dal cinema Diana a via Rasella), e, è inutile negarlo, ha comportato reazioni contrarie gravissime, ma non uguali perché di livello e capacità operative assai inferiori.
    Si sono incrociate volontà, atti, comportamenti tendenti a favorire? Senz’ altro. Ma le responsabilità terribili sono di pochi, pochissimi. Non si spiega altrimenti certa impenetrabilità in tempi dimostratisi assai penetrabili!
    Sulla nostra triste scacchiera è bene saper analizzare di più tutto l’ insieme…, fino a prova del contrario!

  4. E’ una demolizione chirurgica, serve ottima competenza balistica e ingegneristica, serviva avere i progetti per calcolare il quantitativo di esplosivo necessario e sufficiente, fare calcoli non semplici.
    Non è un lavoro da “teste calde”

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