Roma, 13 ago – Moderno lo è senz’altro Gómez Dávila per lo scintillante stile aforistico e il diniego di ogni sistematicità. Ed è addirittura post-moderno, se si guarda a come abbia concepito la sua opera: costitutivamente infinita, per sempre sottratta alla malia del compimento. Un’opera votata per sua natura all’incompiutezza. Perciò il colombiano non ha fatto altro che aggiungere scoli, vale a dire note a margine, a un testo, alla lettera, implicito, perché appunto mai destinato a manifestarsi, a esplicitarsi; come se ci si trovasse di fronte a una mera potenzialità, la cui potenza sta solo nell’essere incessantemente chiosata. Ma si tratta di chiose che rimandano a un’opera in realtà inafferrabile, al di fuori delle chiose stesse, in un circolo dal quale non si esce.

La nota stonata di Gómez Dávila

Al contempo, e la cosa è d’indubbio fascino, il colombiano si professa reazionario a tutto tondo. Quindi, vero reazionario. Che è altro dal conservatore, perché non anela a un passato da conservare. Il vero reazionario è tale perché si sottrae radicalmente alle sirene della storia, fuoriuscendo così tanto dal passato quanto dal futuro fatato del progressista, per cogliere nel presente un riflesso di quell’eterno che è l’unica dimensione che gli si confà.

Eppure, leggendo Gómez Dávila si avverte una nota stonata, un qualcosa che non torna. Infastidisce, almeno a chi scrive, un’ostentata indifferenza verso la politica, un ritrarsi olimpico dalle bassure della storia. Che è atteggiamento legittimo, s’intende, ma che finisce per rendere un pensiero troppo privo di sangue e vita, troppo snervato e astratto. Certo, il colombiano non è equiparabile, per coraggio intellettuale, all’insopportabile e innocuo Cioran, ma è indicativo che al pari del rumeno, o ad esempio di Guénon, faccia parte del catalogo Adelphi, una casa editrice che, fatti salvi i suoi enormi meriti, ha sempre guardato con fastidio, se non con altivez, con sussiego, alla politica e alla storia. Uno stare au-dessus de la mêlée, un sovrano rifiutarsi allo scontro, a quel conflitto che è la carne della politica, che proprio non si riesce a condividere, soprattutto per chi si riconosce nell’eredità di un Machiavelli o di un Leopardi.

Pertanto, giusto come chiosa finale, almeno per il sottoscritto, continuano a valere queste parole di Martin Heidegger: “Adesso non si tratta affatto della questione se agli occhi di alcuni pavidi ‘istruiti’ un movimento popolare di risveglio della nazione abbia o no un certo ‘livello’, e nemmeno di sapere chi in qualche modo casualmente ‘rappresenta’ questo movimento e chi lo accompagna soltanto – ma si tratta solo di sapere se noi – ogni singolo – impiega la decisione della sua volontà dove ancora sta l’unica salvezza della patria, o se questi dissipa e getta via la sua propria volontà, sostenendo l’inattività e la tepidezza sotto il manto della protezione della tranquillità, delle virtù civiche e simili. Oggi c’è soltanto una linea chiara, che separa nitidamente destra e sinistra. La mezza misura è tradimento” (corsivi nell’originale).

Giovanni Damiano

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