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Tanti autori, poca Italia: il paradosso del fumetto tricolore

by Stelio Fergola
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La scuola è la principale forma di educazione dei ragazzi, ma nella società moderna è ridotta in condizioni scadenti, in Italia forse più che altrove. È poi indubbio che il suo peso nella formazione è inferiore a quello dei media televisivi, della musica, del cinema, delle serie televisive e sì, anche dei fumetti. Perché il fumetto è una forma d’arte – e credo che su questo ci sia poco da obiettare – che interessa in particolar modo i giovani, e ciò non può non avere una rilevanza.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2022

Troppo esterofili

La storia del fumetto in Italia si caratterizza, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, per la costante americanizzazione o comunque crescente esterofilia delle ambientazioni e dei contesti. Per onestà va detto che essa non è mai stata – a differenza della narrativa e della letteratura di fantasia di cui parlavamo in un articolo precedente, su queste pagine – particolarmente «italofona» nei racconti. Ciò nonostante, anche nel fumetto, si riscontra una spiacevole tendenza: quella di aver avuto e di partorire tanti autori di assoluto livello mondiale, ma di generare storie, contesti e personaggi che dell’Italia raccontano molto poco.

Nel fumetto il percorso dell’Italia raramente si è staccato da una «esterofilizzazione», quanto meno delle edizioni, se si pensa che alle origini il famosissimo Corriere dei Piccoli spopolava. Il settimanale, fondato nel 1908, era una fucina di prodotti per ragazzi già di provenienza anglosassone, sebbene «italianizzati» nei nomi: si ricordino La Checca (And her name was Maud), Arcibaldo e Petronilla (Bringing up your father) o Fortunello (Happy Hooligan).

Il fumetto italiano negli anni Trenta

Negli anni Trenta la situazione cambia un pochino, con la pubblicazione di Jumbo, rivista a fumetti che riprende almeno in parte i dettami dell’ideologia fascista e della sua idea di «nuovo italiano», soprattutto sul tema delle virtù civili. Addirittura, il giornalino esordiva con questo messaggio di benvenuto: «A tutti i lettori, piccoli e grandi, di Jumbo: Eccovi, o bimbi, un giornalino per voi; ed eccovi, o genitori, un vero e buon amico per i vostri figlioli. Jumbo vuol divertire i propri lettori ed insegnare loro tante belle cose! Le storielle, che verranno stampate su Jumbo, in nitide ed artistiche illustrazioni, avranno sempre un fine altamente morale: saranno una esaltazione delle virtù civili che ogni bimbo italiano deve avere o prepararsi ad avere nell’esempio fulgidissimo del Re Vittorioso, e sotto la guida del Duce, che tanta parte delle sue cure dedica alla nuova gioventù della Patria. I racconti comici ed umoristici faranno certamente ridere, ma non disgiungeranno mai dalla comicità il dovere dell’insegnamento. E sarà soprattutto e strettamente osservato che in Jumbo trionfi la più sana morale e che mai e in nessun modo vengano offesi i delicati sentimenti dei suoi piccoli lettori».

Jumbo, tuttavia, rimane un’eccezione. Sempre negli anni Trenta arriva la prima versione di Topolino, settimanale che nel dopoguerra sarà «resettato», ripubblicato con lo stesso nome e edito dalla Mondadori. D’altronde, pare che Mussolini stesso nutrisse una certa simpatia per le creazioni disneyane. Certamente, è oggettivo che nel 1938 i fumetti americani furono messi al bando, per comunicazione del capo del Minculpop Dino Alfieri. Ed è anche oggettivo che curiosamente, tra un Flash Gordon e un Mandrake eliminati, sopravvissero le opere di Walt Disney. Come è oggettivo che, nel cinema, nessuna censura o blocco fermarono Biancaneve e i sette nani dall’esordio anche nei cinema italiani.

Leggi anche: Quella narrativa per ragazzi che non sa più parlare italiano

Secondo una rivista di storia edita nei primi anni Settanta, Historia, Mussolini, in fondo al decreto, avrebbe scritto due parole: «Eccetto Topolino». Parole divenute così popolari tra gli studiosi da fare anche da titolo a un libro, Eccetto Topolino: lo scontro culturale tra fumetti e fascismo, opera di Fabio Gadducci, Leonardo Gori e Sergio Lama, pubblicato in seconda edizione nel 2020. La storia non è mai stata confermata ufficialmente. Ma la simpatia del Duce per le opere disneyane non è leggenda: il figlio Romano, d’altronde, ha testimoniato apertamente allo storico del fumetto Francesco De Giacomo la passione del padre per Biancaneve: «Lo vide e gli piacque enormemente. Disse: è un capolavoro e volle anche rivederlo altre due volte».

Il boom di Sergio Bonelli

Nel dopoguerra il fumetto italiano consegue altri mirabili successi: e in tal senso non si può non citare Diabolik, nato dalle menti di Angela e Lucia Giussani nel 1962, che proprio quest’anno festeggia il sessantesimo compleanno. C’è poi un boom, ed è il boom del signor Sergio Bonelli: la casa editrice sforna grandissimi classici del fumetto italiano già dalla fine degli anni Quaranta, quando pubblica Tex Willer, ovvero le strisce più popolari sul West americano note nel nostro Paese. Negli anni Sessanta è Zagor a esordire (1961), mentre alla metà degli anni Settanta l’icona per eccellenza è Mister No. Il decennio successivo è di Martyin Mystére (1982), ma soprattutto di Dylan Dog, tutt’oggi il personaggio più noto della storia della Bonelli e il secondo in assoluto più venduto dopo Tex. Nei fumetti Bonelli confluiscono tanti disegnatori di talento assoluto, come Aurelio Galleppini, Gallieno Ferri, Giancarlo Alessandrini e Giuseppe Montanari. Il nome più noto tra gli sceneggiatori è quello di Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog. Le serie che propone la casa milanese si distinguono per…

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