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Roma, 23 mag – “Questo libro l’ho scritto per ricordare a tutti come va il mondo, cioè che va male, anzi malissimo e per suggerire come si potrebbe iniziare a cambiarlo in meglio per tutti, ed anche in pochissimo tempo”. Queste le parole di Giovanni Sassoli de Bianchi sulla copertina de “Il villaggio: terra, lavoro e libertà”. Un pensiero a tutti coloro che soffrono e che, senza una vera e propria speranza, non affrontano i problemi “nascondendo la testa sotto la sabbia”.

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Un libro che è più un grido di speranza. Un allarme per invogliare le persone a rimboccarsi le maniche e cambiare qualcosa in un mondo sempre più schiavo di un sistema meschino. Un volume di 90 pagine che, fra proposte, critiche ed idee, vuole far tornare la propria nazione sovrana. Insomma, con questo libro l’intenzione del conte era quella di fornire una bussola per orientarsi nel mare mosso della vita moderna. “Bisogna essere ciechi per non vederlo: il mondo sprofonda nel caos, la malapianta del sistema in cui viviamo ormai produce solo frutti marci. Non possiamo perdere tempo”, diceva l’autore nel 2006 alla bellezza di 73 anni. Quindici anni dopo, è passato solo il tempo e quella voglia di lottare e credere nelle proprie idee è rimasta viva e vegeta. Ancorata nel cuore di chi sogna e non si vuole arrendere.

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Il sogno del conte industriale si dimostra una vera e propria utopia. L’autore si sente un eterno giovane, sempre pronto a portare avanti le proprie battaglie anche quando la sfida si fa troppo dura. Anche quando i propri sogni e le proprie battaglie a volte si dimostrano utopie. Ammirevole, tuttavia, l’infinita voglia di non arrendersi e di non indietreggiare neanche di un metro continuando a nutrire le proprie idee. “Noi abbiamo bisogno di utopie. Senza utopie il mondo crollerebbe”, disse il drammaturgo e scrittore Thornton Wilder. Questo è un po’ il caso di Sassoli de Bianchi perché, in fondo, il mondo ha bisogno anche di questo: di non spegnere la fiamma dei propri sogni.

I “Villaggi sovrani” del conte Sassoli de Bianchi

Le sue idee superano le convenzionali destra e sinistra. Tuttavia, chi è venuto a conoscenza delle sue proposte, ha subito capito quanto fossero irrealizzabili. In sintesi: la creazione di più villaggi che sostituirebbero lo Stato. Le promesse furono: lavoro garantito a tutti per massimo 4 ore giornaliere; casa, cibo, istruzione e cure mediche gratuite; abolizione delle tasse e del denaro. Il conte se ne intende di mercato, sia per ragioni personali che dinastiche. Una decina di anni fa la sua famiglia, una delle più note di Bologna, ha venduto la Buton, piccolo colosso dei superalcolici, a una multinazionale.

La voglia del conte bolognese di cambiare effettivamente le cose, la si percepisce anche dal fatto che creò un partito suo: “Contro il consumismo il partito dei villaggi”, la citazione che rende al meglio la sua concezione di politica e di vita. Successivamente, ancora:”Comunità autonome senza leggi, auto, tasse. […] Il nostro non è un partito normale, è un’idea. A chi ci crede matti rispondo che matto è chi non fa i nuovi villaggi”. Il partito, tuttavia, non prese mai piede né nella sua Bologna, né nel resto d’Italia: i “Villaggi sovrani” di Sassoli de Bianchi non sono stati di fatto mai creati. Rimangono solo su carta, ma l’ambizione di un sogno è quella di volare libero tra gli spiriti puri fatti a uomo. Il villaggio, in fondo, è costruito giornalmente dentro ognuno di noi.

Simone Moroni

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