Firenze, 17 set – La recente serie prodotta da Amazon – dal titolo Gi anelli del potere – ha innescato un dibattito internazionale che ha suscitato pareri discordanti. Il grande letterato – creatore della saga de Il signore degli anelli – è finito nel mirino del pensiero unico dominante, che ha reinterpretato la sua opera nell’ottica livellante dell’inclusività: cast multietnico, femminismo radicale, narrazione intersettoriale. Una grottesca operazione di risignificazione “politicamente corretta”, tipica della psicosi woke e della mentalità liberal. Nel dibattito in atto, però, si inserisce un testo – vergato dall’Institut Iliade per mano di Armand Berger e pubblicato in Italia da Passaggio al Bosco Edizioni – che ha l’ambizione di rileggere John Ronald Reuel Tolkien nell’ottica della Tradizione europea, sottraendolo all’ignobile meccanismo del soft-power globalista e ricollocandolo nel pantheon dei giganti della cultura europea. Perché Tolkien – che molti citano e pochi conoscono realmente – non è stato semplicemente uno scrittore. E non perché fosse anche filologo, glottoteta, accademico e linguista. C’è di più, indubbiamente: possiamo affermare, senza timore di smentita, che il genio di Bloemfontein sia stato il più autentico “creatore di mondi” dell’epoca contemporanea.

Tolkien, l’Europa e la Tradizione

Il testo – arricchito dai contributi di Paolo Gulisano ed Alessandro Manzo – contiene già nel titolo tutti gli elementi per una sana riscoperta di questo grande bardo europeo: Tolkien, l’Europa e la Tradizione. Un tascabile di grande livello, il cui scopo primario è quello di riconnettere “la Civiltà e l’immaginario”: attingere ad una eredità che preserva il sacro, sforzandosi di alimentarne tenacemente la fiamma. Perché, scrive l’autore, “spetta alle generazioni che verranno il viaggiare in contrade ancora sconosciute, lastricate di favole e leggende che trasmettono una saggezza che viene dall’essenza stessa della vita, lontani dalle complicazioni della società moderna”.

Questo viaggio, che ha il potere di far luce su aspetti e sfumature che pochissimi hanno colto, ci permette di riportare al cuore i grandi Poemi di fondazione: l’Iliade, Beowulf, l’Edda e il Kalevala. Non solo: ci proietta nel ciclo arturiano, nella tradizione finnica, nell’immaginario pre-cristiano, in quello celtico, ellenico, germanico, vichingo, latino e anglosassone. Tolkien, insomma, illumina le pendici della nostra immaginazione e la struttura più profonda della nostra cultura, trasformando in creazione ciò che è visione. Nel farlo, riafferma un’etica guerriera che ribadisce la centralità della parola data, il valore del sacrificio, il senso del dono disinteressato, la glorificazione della lealtà, il rapporto ancestrale con l’onore. La parabola stessa di Frodo Baggins, del resto, suggerisce un eroismo della responsabilità.

L’incanto del mondo

Interessante, poi, è il richiamo a un’ecologia del radicamento che contempla il cosmos e richiama un approccio heideggeriano dell’abitare, in linea con la funzione quadripartita dell’esistenza: la terra, il cielo, i mortali e le divinità. L’eredità del grande bardo – insomma – è davvero sterminata: riscopre e reinventa decine di lingue, compiendo studi pionieristici sullo spazio culturale indoeuropeo; sogna controcorrente, connettendosi alla Tradizione; restituisce vigore alle fiabe, disancorandole dal mero intrattenimento infantile e ricollocandole nel solco di una verticale tensione al meraviglioso. Tolkien – dunque – ci offre un vero e proprio “incanto del mondo”. Tuttavia, sta a noi coglierne l’essenza più intima, facendone tesoro e disinnescandone i rischi: perché la “terra di mezzo” non deve rappresentare una comoda e fantasiosa uscita dalla storia, ma una tenace e concreta metafora della vita, riallacciando i fili del mitologico e del reale nel perenne orizzonte della buona battaglia, che poi è sempre quella del sangue contro l’oro, del radicamento di stirpe contro l’universalismo astratto e dello spirito invitto contro la decadenza del volgo materiale.

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