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birdmanMilano, 4 feb – Candidato a nove premi Oscar e vincitore di quattro statuette, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu trionfa nella notte più importante del cinema mondiale. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una grande pellicola: con una semplicità disarmante ed una classe degna dei migliori palcoscenici, il regista di Babel riesce a raccontare una black-comedy a metà strada per l’appunto tra cinema e teatro.

La storia è quella di Riggan Thomson, ex-supereroe del grande schermo in declino, che per convincere se stesso e la propria nemesi – Birdman appunto – di non essere solo il fenomeno da blockbuster conosciuto dal grande pubblico, lotta per portare a Broadway un’oscura commedia sull’amore.

Questa la “scusa”. In realtà il film, proprio come i grandi film, è tanto altro: in primis un tentativo di abbattere tutto ciò che ruota intorno al business di Hollywood, tra star di plastica con mega cachet e critici primedonne con la puzza sotto il naso. Un film poi che parla di vita, di sucesso e di altri innumerevoli spunti di riflessione. Ma soprattutto un esperimento.
Si potrebbe parlare a ragion veduta di meta-film: “genere” già visto in passato, seppur in forme diverse – basti pensare al classico di Allen “La rosa purpurea del Cairo” o ad “Effetto Notte” di Truffaut – in cui Cinema, teatro e vita reale tendono a sovrapporsi fino a confondersi. Il pensiero va in realtà più facilmente a The Sunset Limited – la piece teatrale di McCarthy portata in tv da Tommy Lee Jones – per forza dirompente e al limite del distruttivo di entrambe le opere, per quanto quella di Iñárritu si orienti nei canoni della Commedia, mentre quella di Jones/McCarthy abbia invece le caratteristiche del Dramma.

Eppure, proprio come in The Sunset Limited, sono la sceneggiatura e l’eccezionale interpretazione degli attori a rendere Birdman una pellicola di livello superiore: Micheal Keaton riesce nel difficilissimo compito di interpretare se stesso, mentre sia Edward Norton che Emma Stone raffigurano alla perfezione i rispettivi personaggi. Ciononostante, il premio per la “miglior interpretazione” spetta proprio al regista messicano: il sapiente uso che il vincitore della Palma d’oro fa del piano sequenza, in grado di rapire lo spettatore dalla prima scena e accompagnandolo fino alla fine, ne fa testimone diretto delle disavventure del “nostro” super-eroe. Il tutto senza la necessità di sfruttare sotterfugi tecnologici da action movie – vedi 3D – che d’altronde mal si sposano col genere, e che avrebbero avuto il solo risultato di “distrarre” lo sguardo del pubblico dalla storia.

Altra piccola perla è poi la colonna sonora: registrata in presa diretta davanti al girato – così come avveniva negli anni ’60 e ’70 in Italia – quella suonata da Antonio Sanchez non è una semplice batteria, ma una vera e propria scheggia impazzita del jazz, capace di dettare alla perfezione i ritmi dell’opera. Solo per un piccolo cavillo tecnico – poiché in certi passaggi suonata in sovrapposizione a pezzi non originali di musica classica – è stata esclusa dalla competizione per l’Oscar.

Un film quindi dalle innumerevoli sfaccettature. Interpretato con magistrale bravura, ma soprattutto diretto divinamente. Per quanto ci riguarda insomma la statuetta per la miglior regia è più che meritata.

Davide Trovato

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