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Taken 3

Roma, 3 mar – Liam Neeson sembra instancabile. Negli ultimi anni ha interpretato film di qualità con una cadenza quasi annuale, calandosi in ruoli d’azione dura e frenetica. Vale la pena ricordare il recente La preda perfetta, un bel thriller dal ritmo sostenuto e soprattutto The Grey, un’incredibile storia di sopravvivenza e lotta con gli elementi della natura.

Più lineare e prevedibile è invece la dinamica narrativa di Taken 3, da poco uscito nelle sale italiane e continuazione della fortunata serie di disavventure dell’agente speciale Bryan Mills. La pellicola, prodotta dall’esperto Luc Besson, presenta tutte le caratteristiche del cinema d’azione francese mescolate al protagonismo muscolare tipico delle produzioni statunitensi.

Tornano quindi gli spettacolari inseguimenti in auto già ampiamente sfruttati nei precedenti capitoli, le “capacita molto particolari” acquisite da Bryan Mills nella sua lunga carriera e tutti i colpi di scena classici del cinema d’azione più fracassone. Per chi conosca le vicende dei precedenti film, riconoscerà la figlia e la ex-moglie di Bryan, donne attorno a cui ruota tutta la storia. Senza voler svelare la trama, si può comunque riconoscere che Taken 3 è un lungometraggio riuscito meglio del precedente ma che rispetto al primo perde un po’ del ritmo e della sorpresa. Merita di essere ricordata la comparsa in questo film del bravo e carismatico Forest Whitaker (Ghostdog, L’ultimo Re di Scozia).

Un tema che torna insistentemente in questo film è quello del ruolo del padre. Si tratta di una figura spesso messa in discussione e in ombra dal cinema hollywoodiano e occidentale in generale. In Taken invece il divorziato Bryan Mills viene presentato come un padre affettuoso e un uomo tutto d’un pezzo. Non solo, lo stesso mito emancipazionista del divorzio viene fortemente messo in dubbio nel corso delle tre pellicole, dove i nuovi compagni della ex-moglie una volta tanto non sono migliori dell’ex-marito. Taken 2 venne visto da alcuni osservatori non conformisti come un forte richiamo all’unità familiare.

Guardando nel complesso la saga di Taken vale la pena notare come la produzione si sia concentrata nel mostrare, seppure per sommi capi, le dinamiche della criminalità internazionale. In questo terzo capitolo le cose sono piuttosto diluite, ma soprattutto in Taken, in Italia conosciuto con il titolo Io vi troverò, viene preso ampiamente in considerazione il traffico di esseri umani e la connessione con traffico di droga e armi.

Gli autori hanno dato per inteso molte cose nei primi due film della serie. Hanno mostrato il volto feroce e oscuro di una Parigi in mano alle mafie albanesi, turche e mediorientali. Gli appoggi delle stesse nella Polizia e le vie del traffico di esseri umani. Di carne al fuoco ce n’era molta e per altro Luc Besson aveva già affrontato la questione nel bel thriller L’impero dei lupi.  Per certi versi la prospettiva da cui si osserva la criminalità organizzata incistata nella capitale d’Oltralpe non è distante da quella narrata nei recenti romanzi storici di Gabriele Adinolfi (Quella strage fascista, I rossi i neri e la morte). Una genealogia che lega maneggi e destabilizzazioni politiche alla crescita di un humus mefitico in cui il crimine internazionale può prosperare e, alla bisogna, essere manovrato.

Certo è che il il primo film della serie presenta svariate caratteristiche che ne fanno una pellicola anticonformista, pure nella sua immediatezza e prevedibilità stilistica. Ad ogni modo, per gli affezionati di Bryan Mills, un Taken 4 è del tutto possibile in un prossimo futuro.

Francesco Boco

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