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Roma, 28 set – Vanity Fair ha deciso di “omaggiare” questa settimana le donne italiane, dedicando a ognuna di loro che valga una monografia un capitolo e un ritratto, rielaborazione grafica di qualche opera d’arte antica, per mano dell’artista Francesco Vezzoli. Ci vuole lo choc (a buon mercato) sennò nessuno parla di te, però ormai “artisticamente” parlando lo scandalo va stancamente solo da una parte. Quindi in copertina per parlare delle donne c’è un trans – e l’influencer antifa Chiara Ferragni veste nientemeno che l’outift della Madonna.

Pagine patinate contro la cultura patriarcale

L’artista visuale Francesco Vezzoli ha “giocato” a dirigere il settimanale che già dalla copertina mette in chiaro l’intento provocatorio: se il titolo è infatti “Le donne italiane”, sopra la scritta Vanity Fair c’è la frase: “quello che è non è quello che sembra“. “In cover abbiamo deciso di mettere un’immagine dal servizio scattato all’interno da Vezzoli. Ritrae la modella Roberta De Titta Graziano, una donna transgender. La scelta di Roberta è un simbolo” scrive nell’editoriale Simone Marchetti “l’emblema di un messaggio che vogliamo lanciare con questo numero di Vanity Fair: è arrivato il momento per tutti, per tutte le donne e gli uomini, di fare un salto culturale, una transizione appunto, da una cultura patriarcale, maschilista, prevaricatrice  sopratutto non inclusiva verso un mondo più libero, più aperto, forse più femminista”. Per solo un euro e cinquanta!

Chiara Ferragni, la “madonna femminista”

E per parlare di femminismo, chi meglio di Chiara Ferragni “come Madonna col bambino dipinta da Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato”. “Madre, figlio e spirito social” è il titolo dell’intervista che Marchetti fa alla moglie di Fedez, definita una “grande sognatrice”. Vi risparmio il contenuto, è la sagra della banalità. La cosa più interessante è, appunto, l’immagine provocatoria scelta – già che c’erano potevano mettere la faccia del figlio ultraesposto sui social della Ferragni, Leone, al posto di quella del Bambin Gesù tanto le sembianze del putto rinascimentale le ha (anche se veste sicuramente meglio del figlio di Maria).

Tra una pubblicità patinata e l’altra – sempre rigorosamente di stilisti e case di moda che la maggior parte delle “donne italiane” a cui è dedicato il numero non possono lontanamente permettersi – l’artista Vezzoli inserisce vecchi manifesti femministi rielaborati: bel contrasto di ipocrisie, anche se sicuramente non è voluto e per questo è il migliore riuscito. Le solite facce note: la Bignardi, la Bonino, la Marrone, la Lamorgese (chi in veste di intervistata chi di intervistatrice) e qualche concessione al trash, che a sua volta strizza l’occhio al mondo gay (la D’Urso e la De Filippi) e infine il piatto forte: i trans “borghesi” di Vezzoli.

Pedagogia trans

“Omaggiare una forma di femminilità non codificata e ancora non digerita dal sentire comune” questo lo scopo del servizio che sfrutta dichiaratamente l’onda lunga dello sdegno causato dai fatti di Caivano. Vezzoli scrive che bisogna “promuovere un approccio pedagogico verso tutto ciò che concerne la questione transgender”. E come promuoverlo al meglio questo nobile intento se non vestite di Givenchy, Valentino, Cartier e ritratte come delle Greta Garbo? Che sentimenti dovrebbero provocare, pedagogicamente parlando, queste trans algide e patinate? Sono distanti iconograficamente anni luce da Caivano, dove l’omicidio di Maria Paola ha avuto come sfondo un ambiente degradato e povero, estremo e lontano dalle rivendicazioni della donna comune tanto quanto quello di queste splendide e statuarie creature avvolte in Saint Laurent. Che donne vogliono essere queste trans? Di sicuro non vogliono essere noi.

Vanity “fail” sul femminismo

Sono quasi certa di essere una donna, e non credo che questo numero di Vanity Fair abbia contribuito ad alcuna “transizione” verso un mondo più libero per me e le mie sodali. Anzi credo che non abbia fatto il gioco di nessuno se non di certe lobby e per certo degli inserzionisti e degli sponsor. La ricetta della provocazione in cui la donna è l’uomo e la vippetta di turno è la madre di Dio è stancante e irritante, lo era già negli anni ottanta quando sui giornali c’erano Boy George e Madonna. Al massimo, da questo illuminato e femminista numero di Vanity Fair, si evince che come nella più abietta rappresentazione patriarcale della donna nella dicotomia “santa o puttana”, noi donne siamo relegate ad essere o Madonne con 20 milioni di follower o top model dalle gambe chilometriche, purché in esibizione sfrontata di un segreto che tutti sanno – cioè l’essere geneticamente uomini. Nessun “salto culturale” ma centinaia di pagine di roba già vista e rivista: più che Vanity Fair, quindi, è un vanity fail.

Ilaria Paoletti

3 Commenti

  1. Arriverà un giorno che C.Ferragni, svegliandosi dai suoi grandi sogni, si pentirà dell’ atto dissacratorio che offende tra l’ altro molti più defunti che viventi… E’ una figura vuota dentro, senza dubbi e rispetto per la fede altrui. Circa la moda trans o i trans di moda è volgarità in auge grazie agli alti livelli di degenerazione, solitudine e desolazione oggi esistenti. Le cause e gli effetti sono certo più importanti di questi… “fenomeni”! Quindi da affrontarsi.

  2. Dovrebbero offendersi le vere donne..mettere in copertina i trans per omaggiare chi?!?!? Il solito buonismo della falsa sinistra?!

  3. […] Per Vanity Fair, la La Torre “è il riferimento per chi subisce ingiustizie legate alla propria identità di genere”. Avvocathy ci spiega per bene la differenza tra identità e orientamento di genere, ci dice che le parole sono importanti, e si impergola in tutta una discussione su quale lettera dell’alfabeto o simbolo usare per le varie identità contenute nella sigla Lgbt +. C’è anche la “p” di poligamo, pensate. “Se le persone rimangono in un limbo, senza diritti e riconoscimento da parte dello Stato, rischiano di non esistere” (perché ovviamente in Italia se non vengono delineate per filo e per segno le tue preferenze sessuali sei addirittura privo di diritti, ovvio). “Pensiamo per esempio alle persone non-binary, come io stessa mi definisco (…) In questi casi la legge non dà alcuna risposta. In Italia esiste un solo riconoscimento legale di persona non-binary e l’ho seguito io: il mio assistitu – si usa la U per non usare né la O del maschile né la A del femminile – è riuscitu a cambiare nome e adesso ha un nome neutro. Si può scegliere fra tanti: penso a Jean, Elia, Andrea, Ethan”. In pratica se sei non binary il mondo si deve rivolgere a te come il Compare Zappitto di Martufello. Che conquista, signori. […]

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