un-americano-a-romaRoma, 18 lug – Nel 1929 un giovane Mario Soldati parte alla volta di New York, con in tasca una borsa di studio e un sogno: “diventare cittadino e scrittore americano”.

Soldati ha ventitre anni ed è alla ricerca di sé stesso. Vuole attraversare l’oceano come se fosse la propria mente e approdare ad una maturità che tarda ad arrivare. Cerca “la liberazione dei sensi” e “il contatto con la vera vita”.
La via più breve per Soldati è non comportarsi da soldato. È barattare la propria nazionalità con una fuga, un’uscita di scena dalla porta posteriore che giustifica accusando l’educazione conformistica avuta dai gesuiti, la pesante cultura europea, il governo fascista.

Che il karma sia piuttosto negativo si capisce già dalla partenza. Sulla nave la radio di bordo annuncia in diretta il crollo della borsa e l’aprirsi della crisi del secolo. La Conte Biancamano su cui è imbarcato continua la sua rotta verso il mito americano come il Titanic contro l’iceberg.

Una volta a terra Nando[1] scopre la pericolosa distanza fra i propri sogni e la borsetta di mammà. Finiti i soldi in tasca e quelli della borsa di studio si trasferisce in una camera da un dollaro alla settimana. Trova lavoro all’ufficio di collocamento per senzatetto, di cui rischia di ingrossare le fila, prima di improvvisarsi “sguattero”: la sua Eldorado assume i contorni parodistici del Ramo d’oro, “il peggiore ristorante di Columbia”.

La nuova vita da bohemien per caso non spaventa il giovane ribelle fuggito dal conformismo europeo. Soldati è felice di trovarsi senza soldi, di poter “bighellonare per le vie”. “Non facevo niente – ricorda – dormivo di giorno e uscivo la notte. Mi divertivo, mi annoiavo”. Vita intensa insomma, surfando fra i cadaveri portati dalla mareggiata della crisi economica che Soldati ancora non prova, perché campa onorevolmente grazie ai prestiti di alcuni conoscenti, la nuova borsetta di mammà che gli garantisce il riposino diurno. E gli consente ancora di “fantasticare una vita futura nella nuova e beata civiltà”. La miseria, la disoccupazione e i mendicanti ad ogni angolo di cui pure si accorge, non incrinano il mito di un paese in cui “chiunque trova lavoro e una posizione che ha tutte le apparenze della stabilità”.

Con il passare dei mesi il solido castello di sabbia delle sue convinzioni inizia a sfaldarsi. La mareggiata della crisi è sempre più forte, i disoccupati milioni, gli immigrati ammassati fuori dai cancelli delle fabbriche e dei cantieri già saturi. Soldati però non affronta ancora direttamente la sua infatuazione per gli States. Preferisce criticarla negli altri, negli italoamericani, colpevoli innanzitutto di essere fascisti, ancora legati all’Italia e allo stesso tempo inebriati dal mito di un’America “fonte di felicità” che ne appanna un’analisi lucida. Soldati punta la baionetta contro i suoi simili, che ritiene pronti ad occultare la delusione delle loro “vite fallite, falsate, grame” dietro un appagamento di facciata.

Grazie a questo transfert Nando riesce a sparlare del Nuovo mondo e a relativizzare il suo rapporto con esso: “Se gli immigrati amano l’America come una moglie, per la vita, io l’amavo come un’amante, finché dura”. Cioè finché durano i soldi. Nonostante questo Soldati non vuole rinunciare all’agognata carta d’identità a stelle e strisce, così evidenziando una percezione già del tutto contemporanea e utilitaristica della cittadinanza.
Utilitarismo che raggiunge il parossismo quando Soldati, finiti i soldi della vacanza, deve tornare in Italy. Porta infatti con sé Marion Rieckelman, sua allieva alla Columbia University. I due stanno insieme, Soldati non la ama ma decide di sposarla per avere la cittadinanza, come un’attuale badante straniera che cerca il colpaccio con il vecchietto di turno.

Con la disperazione di non essere riuscito a diventare americano, mi sono sposato con un’americana che voleva sposarmi e alla quale, quando mi ero trovato là, non mi ero sentito di opporre rifiuto. E l’ho sposata proprio perché chi sposa un’americana, dopo cinque anni, se vuole può diventare cittadino.

Il karma di Soldati però continua ad avere la digestione pesante e il matrimonio per interesse gli torna indietro come un boomerang. Dura solo tre anni e Marion, tornata a casa sua con i tre figli, impedisce al marito di stabilirsi, costringendolo a rimanere in Italia a mangiare maccaroni.

Italia dove il figliol prodigo trova comunque lavoro, non in un ristorante di infima categoria ma alla Cines, casa di produzione cinematografica dalla quale verrà allontanato nel ’34 dopo il flop di Acciaio. Evento che gli farà odiare il cinema che Hollywood gli aveva fatto amare.
Italia che a Soldati concederà pure l’onore di dare il nome a un tipo di sigaro toscano, un simbolo nazionale, accostandosi così ad un altro simbolo eponimo: Garibaldi. Suo malgrado.

Mario_SoldatiDi tutte queste vicende Mario Soldati è riuscito a scriverne un libro, America primo amore, dimostrando un coraggio motivato da un’immensa onestà intellettuale. O da un’assenza di pudore che caratterizza molti non-italiani. È riuscito a sbloccare la penna solo dopo un profondo momento catartico, dove si è confrontato con gli errori commessi, trovandone il vero colpevole: gli altri.

L’american dream – spiega – era colpa di un’affezione della psiche facile da prendere, come un raffreddore.
La fuga, come già detto, derivata dall’educazione dei gesuiti, che probabilmente bussavano troppe volte alla porta del bagno quando si chiudeva dentro. Ciò nonostante aveva pure pensato di entrare nell’ordine.
Per giustificarsi davanti all’Italia, poi, chiama in causa il fascismo, che con la sua retorica era riuscito a fargli credere che non amava più l’Italia, lui, patriota italiano che sognava di diventare americano.
I suoi insuccessi in terra straniera sono stati dovuti invece ai professori – che lo “odiarono dal primo momento”, perché avrebbe potuto “svelarne l’ignoranza” – e a New York, piena di italoamericani fascisti. Sarebbe bastato quindi andare a Boston dove lo aspettava degnamente Borgese, ma per colpa di una sorta di maleficio Soldati non riuscì a scappare dalla Grande mela, come il verme che scambia il torsolo per polpa.
Rimpiange ancora di non essersi staccato dall’atmosfera “tutta fascista” della Casa Italiana, dove sospetta che Prezzolini gli abbia messo i bastoni fra le ruote, costringendolo a tornare in Italia “con le pive nel sacco”.

Avversato perché antifascista quindi, ma nonostante questo Prezzolini dà – e Soldati accetta – denaro, che procrastina il suo dolce far nulla. Un nulla che doveva essere però un tutto, se Soldati si scagiona dal non aver tenuto un diario di viaggio perché aveva “troppe cose da fare, troppe cose da vedere e da capire, per trovare anche il tempo di scriverne resoconti regolari”. Troppe cose probabilmente sognate, quando dormiva a giornate intere.
Il ‘nemico’ Prezzolini gli trova pure un lavoro su di un piroscafo diretto in Italia, unico modo per la traversata di Soldati rimasto senza soldi, rendendolo così il primo antifascista che dal confino volontario viene rispedito nell’odiata madre patria.

La migliore sintesi della situazione la scrive forse proprio Prezzolini nel suo diario di quei giorni:

Soldati è un ragazzo d’ingegno originale, ma senza un briciolo di buon senso e turbato da qualche avaria interna, che non conosco bene. Per rimanere qui, finita la borsa di studio, ha fatto anche il lavapiatti in un ristorante di “basso città”, il che m’ha fatto crescere la stima per lui; ma pare che non lo volessero nemmeno lì perché rompeva troppi piatti.

Gli americani, quelli veri, si metterebbero indice e pollice a forma di L sulla fronte.

Simone Pellico


[1] Nando è il soprannome del protagonista di “Un americano a Roma”, interpretato da Alberto Sordi

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam.
Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here