Cerveteri, 25 mag – Dalle depredazioni subite con l’occupazione anglo-americana nella seconda guerra mondiale, fino agli scavi abusivi dei tombaroli che da un secolo bucano la nostra penisola, di tanto intanto il mercato nero restituisce allo Stato opere di inestimabile valore. Oggi eravamo a Cerveteri, cittadina dell’Etruria laziale che annovera tra le più grandi scoperte di epoca etrusca, per ammirare un antico vaso monumentale da poco restituito al locale Museo Nazionale Archeologico. Il vaso in questione, che rimarrà a Cerveteri fino al 5 giugno, è un raro esemplare, originale, che proprio dalle necropoli di Cerite venne trafugato per attraversare l’oceano e finire nei lontani Stati Uniti.

Negli Usa, infatti, dall’inizio del Novecento, la fascinazione per gli Etruschi attira appassionati e ricettatori di ogni rango, con un mercato che fa girare ogni anno miliardi di dollari. Giunto al Getty Museum da una collezione privata di New York, il vaso di Cerveteri è stato rintracciato e restituito all’Italia grazie alle indagini dei carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e del Ministero della Cultura, in collaborazione con l’Antiquities Trafficking Uniti del Manhattan District Attorney’s Office di New York.

ulisse cerveteri, vaso

Ulisse torna a Cerveteri: il meraviglioso pithos

Il pithos, questo il nome corretto dell’esemplare etrusco esposto alla mostra curata da Vincenzo Bellelli, “Ulisse torna a casa, a Cerveteri”, ha la rara particolarità di raffigurare il ciclope Polifemo delle stesse dimensioni, umane, dei suoi aggressori al comando del leggendario Ulisse. Come ricorderanno gli appassionati dei poemi omerici, nell’Odissea, Ulisse e i suoi compagni si imbatterono in un gigantesco ciclope ghiotto di carne umana che li fece prigionieri. Ulisse allora, ingegnando uno stratagemma, offrì del vino a Polifemo per stordirlo e renderlo più debole. Per ringraziare “Nessuno”, così Ulisse disse di chiamarsi, il gigante promise all’eroe greco di divorarlo per ultimo. “lo vinse / il sonno che tutto doma: e dalla bocca vino gli usciva, / e pezzi di carne umana; vomitava ubriaco”. Reso dunque vulnerabile il ciclope grazie al vino, Ulisse e i suoi uomini ne trafissero l’unico occhio con un lungo palo di ulivo appuntito, accecandolo. “Essi, alzando il palo puntuto di olivo, / nell’occhio lo spinsero: e io premendo da sopra / giravo, come un uomo col trapano un asse di nave / trapana” (Odissea, IX, 382 – 385).

Nell’epica scena dipinta sull’antico vaso, anziché essere raffigurato come un gigante, il ciclope ha altresì le stesse dimensioni di Ulisse e dei suoi compagni, il che, unito ad un contesto più aristocratico e assai lontano dall’antro lugubre descritto nel poema di Omero, e alle vesti umane indossate dal gigante comodamente seduto su di uno sgabello, rendono questo vaso un’opera molto rara per l’iconografia classica. Esiste un altro raro reperto però che riprende la stessa scena mitologica, raffigurando il ciclope con sembianze umane: è il cratere del 650 a.C., anch’esso proveniente da Cerveteri, che porta la firma del suo artista, Aristònothos, e conservato ai Musei Capitolini di Roma.

Intervista a Roberto Paolini

Un’altra eccezionale particolarità del pithos realizzato tra il 630 e il 650 a.C., è senza dubbio la tecnica stessa di lavorazione. Come ci spiega nel suo negozio “Pithos” in via Roma 2 a Cerveteri, Roberto Paolini, giovane artista esperto di arte etrusca, per dipingere il vaso l’antico ceramista utilizzò la tecnica bianco su rosso: la cosiddetta “White on Red”, per la quale Cerite fu scuola nel Mediterraneo. Per comprendere meglio la manifattura di quest’opera d’arte etrusca alta 107 cm, Paolini ci invita nel suo studio per mostrarci la particolare tecnica pittorica impiegata dall’artista etrusco duemilasettecento anni fa. A Caere, infatti, dal VII secolo a.C., all’alba del periodo orientalizzante, l’abilità pittorica etrusca portò gli artisti al contrasto di colori chiari su colori scuri, come tutt’ora avviene per l’arte sacra delle famose icone bizantine – ortodosse. La stessa argilla di cui erano composte le opere era quindi assunta a colore di sfondo dei dipinti, spesso accentuandone il rosso, mentre per i dettagli figurativi erano impiegati colori più scuri tendenti al nero, oppure, come nel caso del pithos rientrato dagli Usa, al bianco.

L’artista  ci mostra infine i suoi “ferri del mestiere”: un armamentario di attrezzatura autoprodotta e impiegata dall’artigiano laziale per le sue bellissime riproduzioni. Colori composti mescolando la terra da lui raccolta nei luoghi storici dell’Etruria, pennelli formati da aghi di istrice, pelo di cinghiale e baffi di lepre, e moltissime altre particolarità che non sveleremo per rispettare i segreti professionali di questo giovane artista che, oltre a vendere le proprie opere uniche in tutto il mondo, tiene nello stesso conferenze e seminari contribuendo alla diffusione di questa antica e affascinante cultura.

 

Andrea Bonazza

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