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Roma, 17 apr – La preoccupazione di molte correnti culturali oggi dominanti riguarda la diffusione di fake news. Secondo molte autorevoli fonti, le notizie false vengono diffuse in rete da siti e persone male informate o che volutamente distorcono la realtà per diffondere delle idee dannose e fondate su bugie.



Resta tutto sommato arbitrario stabilire chi si debba occupare di distinguere le notizie vere da quelle false. Ad oggi sembrano essersi fatti carico di questo compito alcuni social media con appositi algoritmi e alcuni giornalisti particolarmente zelanti. Se l’IA rende l’essere umano meno intelligente, ne va soprattutto – è questa la preoccupazione prevalente – della sua capacità critica di identificare le notizie vere da quelle false[1]. Quali siano queste fake news è facile determinarlo con buona approssimazione: tutte quelle che contraddicono la narrazione dominante. Il sottinteso di questa linea guida è che le fake news supportano posizioni politiche dannose e indesiderabili, perché in ultima istanza non assimilabili da un sistema dedicato al profitto sistematico.

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Il caso recente più significativo è la creazione di una task force anti-fake news sul Coronavirus, creata in aprile 2020 dalla Presidenza del Consiglio. Il sottile confine tra corretta e completa informazione sanitaria e divieto di esprimere qualche forma di critica e dissenso al fiume di Dpcm si è dimostrato labile, con una crescente e penetrante campagna contro i “negazionisti”. Curioso come piattaforme digitali che si pretendono private e autonome, in questi casi si adeguino volentieri alle direttive statali. Mentre tendano a imporre una propria governance in materia di opinioni politiche, che in diverse occasioni è entrata in conflitto con dei diritti costituzionali. A pensare male, si dovrebbe dire che i big tech perseguono una propria agenda politica. La quale in alcuni casi coincide con quella statale, in altri si discosta nettamente e con noncuranza.

Una guerra morale

In fondo l’operazione di debunking, di svelamento delle falsità, dovrebbe da un lato proteggere la società dall’avanzata di forze politiche pericolose. Dall’altro dovrebbe azzerare il consenso a quelle stesse forze. Non bisogna dimenticare che il primo impiego dell’inganno avviene in ambito bellico, in operazioni di controinformazione, disturbo e sabotaggio. La guerra delle parole non è meno violenta di quella combattuta con i proiettili, e oggi si è estesa a ogni angolo del globo. Come spesso accade, le tecnologie ad uso militare diventano di pubblico dominio, con una conseguente estensione delle regole e degli schemi che le caratterizzano.

La lotta alle fake news è quindi una battaglia di liberazione da quelle distorsioni della verità che la classe intellettuale dominante vuole scongiurare con ogni mezzo. Poco importa che le verità su cui si regge l’attuale società siano dominate da una visione definibile “politicamente corretta” per chiarezza e sintesi. Una prospettiva cioè che fa prevalere valori morali calati dall’alto e che spesso modificano e forzano la realtà stessa, adattandola a una concezione astratta dell’uomo e del mondo.

Secondo i parametri della verità informativa di oggi una cosa è l’omicidio e altra cosa, più grave, il femminicidio. Una cosa è un crimine commesso da un bianco europeo, altra cosa un atto compiuto da uno straniero extraeuropeo, per il quale si vanno a cercare tutte le possibili attenuanti. Una cosa è rivolgere una critica a qualche minoranza vera o presunta, altro è insultare senza riguardo una donna incinta perché a capo di un partito sgradito. Questi sono esempi banali, ma l’informazione attuale funziona in gran parte secondo questi parametri.

Fake news: verità o interpretazione?

Probabilmente qualunque intellettuale e comitato redazionale impegnato in una seria opera di debunking direbbe che si tratta di un’opera approfondita di ricerca e interpretazione delle fonti. Questo è certamente vero, ma se si lascia la libertà di interpretare i fatti si deve anche lasciare, di conseguenza, la libertà di farsi un’opinione su di essi. E non per forza concordante con quella della maggioranza. Quando Facebook cancella post considerati offensivi (un quadro di nudo di qualche pittore raffaelita…) o censura delle notizie avvisando il proprietario dell’account che si tratta di informazioni errate, sta lasciando libertà di interpretazione? O sta sostituendo un algoritmo all’intelligenza umana e al suo libero ragionamento?

Prima i social media permettono la creazione di tribù digitali all’interno delle quali circolano interessi simili e si generano dati dalle caratteristiche affini. Poi però, quando il peso delle informazioni raccolte aumenta fino a diventare sensibile e rilevante, interviene con parametri automatizzati per frenare ogni deviazione dal tracciato stabilito.

È vero, sarebbero necessarie forme di monitoraggio aperte e indipendenti sui big data[2], ma si tratta sempre di un discorso interno all’attuale classe intellettuale che difficilmente concederà spazi di discussione a opinioni ritenute inaccettabili e indesiderabili. Perciò eventuali forme di controllo e di gestione partecipata dell’informazione andranno semmai pensate su dimensione comunitaria o d’impresa. Creando ambienti privati e dedicati ai soli appartenenti, dove si possano applicare regole differenti da quelle prevalenti per esempio nei social media. Questi potrebbero essere chiamati community data.

Conflitto di attribuzioni

Anche qui infatti esiste un conflitto di attribuzioni, emerso già in più occasioni, tra competenze private e giurisdizione nazionale. L’Europa con la Direttiva Nis (Network and Information Security) e l’Italia con il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, si sono armate da tempo di protocolli di protezione digitale dei dati personali. Il cammino è ancora lungo per una piena formalizzazione giuridica delle competenze e dei limiti del provider privato quando viola leggi garantite dalla specifica nazione (v. caso Polonia).

Nietzsche diceva che la verità è solo uno strumento morale nelle mani dell’uomo. Viene usata per scopi più o meno limpidi, ma è sempre una questione di interpretazione. Un sistema culturale solido non dovrebbe temere il contraddittorio e il confronto, poiché le sue argomentazioni dovrebbero reggersi su certezze dimostrabili. Ma un sistema che vuole semplificare e avere tutto sott’occhio, abolisce per definizione il confronto, scongiura l’emersione di qualsiasi contrasto. L’eccesso di esposizione a cui ogni cosa viene spinta, in realtà è un indebolimento della verità. Se come dice Heidegger, la verità ama nascondersi, tenere i riflettori costantemente puntati sulla verità la depotenzia. Annullando il “falso”, evitando il “negativo”, abolendo “l’ombra”, anche il suo opposto perde la sua autenticità ontologica: è una verità debole, senza spina dorsale.

Politiche per la realtà aumentata

Al netto del relativismo imperante, c’è preoccupazione persistente e martellante per le fake news, per la diffusione di interpretazioni ritenute false o indesiderabili. La rieducazione avviene attraverso condizionamento e isolamento. Limitazioni che potrebbero sembrare ininfluenti dal punto di vista “materiale”, ma hanno importanza in un mondo interconnesso e digitalizzato. Se così non fosse non verrebbero attuate.

La limitazione di persone, movimenti e siti d’opinione ha un risvolto concreto, dal momento che i social sono una vetrina commerciale e comunicativa irrinunciabile. Chi non è su internet praticamente non esiste. In Cina per esempio è quasi impossibile avere una vita sociale senza l’applicazione WeChat, che mescola le funzionalità di un social con quelle di una carta servizi[3].

I social a partecipazione statale come il caso cinese sono per ora sconosciuti in Europa. Tuttavia la discriminante della condivisione di contenuti ritenuti sgraditi e di fake news in generale pone un problema di non poco conto per la libertà di espressione. Internet era nato, e per molti è ancora, un’oasi di totale libertà. Dove si possono mescolare realtà e immaginazione in modo anche disordinato ma talvolta anche stimolante e piacevole. Forse tutto il discorso sulla libertà andrebbe ricalibrato su principi più alti e stimolanti.

Oggi molti di coloro che si preoccupano della libertà e dell’uguaglianza di diritti finiscono per essere spesso alla testa delle correnti anti-fake news. Le quali, dietro una melassa di coscienza sociale nascondono intenti censori e strategie politiche. O forse, più prosaicamente, si preoccupano di conservare un qualche ruolo da intellettuali in un mondo in cui tutti sono consumatori e produttori di informazioni. E ognuno può essere autore ed editore di se stesso.

Francesco Boco


[1] https://www.noemamag.com/ai-makes-us-less-intelligent-and-more-artificial/

[2] Il Re dato, in Wired n° 93, 2020, pp. 159-160.

[3] In Cina vivere senza WeChat è complicato, online in https://www.ilpost.it/2018/06/30/cina-wechat/

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2 Commenti

  1. Qualche esempio di quelle che “io” interpreterei come fake news:
    1) chi si vaccina non è contagioso(può trasmettere la malattia ed è successo)
    2) chi si vaccina non può ammalarsi (ci sono diversi casi che smentiscono)
    3) Israele è tornata alla normalità (valgono ancora leggi sul distanziamento, mascherine e hanno misure restrittive sulla libertà personale green pass, si parla di braccialetti elettronici etc..) io non la chiamerei “normalità”.
    4)la Von der leyen è stata lasciata “in piedi” da Erdogan(qualcuno la mostrava in piedi addirittura)
    5)la Von der leyen è stata umiliata da Erdogan(il Daily Sabbah ha smentito dicendo che Erdogan aveva applicato il protocollo scelto dall’Europa, si devono riportare sempre “entrambe” le posizioni).
    6)dicono che una persona è colpevole di un reato quando ancora non è stata condannata scordando il principio di “non colpevolezza”. Applicandolo solo a chi gli sta simpatico..
    Ci sono mille esempi che potrei fare.. Senza contare che quella che “oggi” sembra vera, con una “nuova” scoperta, domani, potremmo scoprire che viene smentita.
    Queste notizie sono state tutte su “media principali” ufficiali, non su siti di presunti “complottisti”. Bisogna stare attenti, a “chi vuole fare il controllore?”. Chi presume di dire quale è una notizia fake, molto spesso può avere anche degli interessi economici o politici per spingere da una parte.
    Molto spesso, sia perchè non è possibile sapere “tutto”, sia per ragioni politiche, i media mainstream danno “mezze verità”. Raccontano quello che vogliono che sappiamo. Sta a noi informarci prendendo fonti diverse, e verificare l’attendibilità di una notizia.
    Si può non raccontare la verità anche “senza” mentire, basta dire solo quello che fa comodo. Esempio: in un processo racconti solo le tesi dell’accusa e non dici una parola su quelle della difesa. Anche involontariamente può succedere a chiunque di “tralasciare” particolari.
    Non deve essere un sito o un ente ad “imporre” a cosa dobbiamo credere e cosa no…
    In conclusione:
    Molti di quelli che accusano di “fake news” a volte sono gli stessi a produrle.(a mio parere)
    Siamo noi che utilizzando anche fonti estere, dobbiamo valutare volta per volta, la correttezza di una notizia. Oggi ci sono strumenti maggiori rispetto al passato. Le tesi sui “complottisti” da una parte, e “quelli che dicono la verità” dall’altra sono, spesso, una sciocchezza. Sono semplificazioni della realtà. Quando non vere e proprie bufale. è il mio parere.

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