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Combustione, Alberto Burri, Città di Castello, foto di Aurelio Amendola, 1977.

Roma, 12 mar – Alberto Burri nacque cento anni fa, il 12 marzo 1915, a Città di Castello. Laureato in medicina nel 1940, già volontario in Abissinia, venne richiamato da ufficiale medico per il fronte di Albania nel 1941 e in Tunisia, dove venne fatto prigioniero dagli inglesi nel 1943. Da lì, preso, impacchettato e spedito nel famigerato campo di Hereford, in Texas. Campo di militari italiani “non cooperanti”, cioè di quegli italiani che rifiutarono di aderire volontariamente all’Italian Service Units (ISU), ovvero il progetto di Washington di usare i detenuti italiani nello sforzo bellico, principalmente nei servizi logistici presso le installazioni militari presenti sul territorio.

Chi decise di non tradire la sua Patria e di non sostenere supinamente la causa del suo carceriere venne sottoposto al durissimo regime carcerario in quei campi di concentramento chiamati in gergo Fascists Criminal Camp, come appunto quello di Hereford.

Le autorità americane infatti non considerarono i detenuti militari italiani come previsto dalla Convenzione di Ginevra, cioè prigionieri di guerra con il diritto alla fedeltà al proprio Paese e senza per questo poter in alcun modo obbligarli a svolgere lavori di carattere militare. Trattarono chi aderì all’ISU sostanzialmente come un alleato, mentre i non collaboranti come “criminali fascisti”.

Ma la scelta di campo fatta dai detenuti “non cooperanti” non fu solo di carattere ideologico: il rifiuto di collaborare andrebbe piuttosto ascritto ad una volontà collettiva di mantenere la propria identità di prigionieri militari, una questione soprattutto di coerenza, senza badare se ciò avrebbe significato sfidare tutto e tutti.

La sfida di Alberto Burri non terminò infatti nel 1946, a guerra abbondantemente terminata, quando fece rientro in Italia dopo tre anni di detenzione texana. La sua sfida semplicemente si traslò in un altro campo: da quello di battaglia a quello dell’Arte.

Autodidatta proprio a Hereford, dice della sua esperienza di prigionia: “Quando fui deportato in America l’unico bagaglio che portai con me fu lo zainetto sanitario che conteneva fiale, medicine e altro. Pensai che ne avrei avuto bisogno durante la prigionia. E invece fu la prima cosa che mi tolsero. Mi tolsero lo zainetto e mi rubarono l’orologio. Ecco quale fu per me il benvenuto…” Fu da quel momento che terminò per sempre di esercitare la professione medica intraprendendo il nuovo percorso artistico. Una strada di destrutturazione e di rinascita sotto nuova forma che, per evidenti analogie, può ricordare vagamente quella di Cèline.

Il rosso e il nero, le ferite fisiche e quelle dell’anima che mal si cicatrizzano, Alberto continuò la sua guerra contro il nuovo conformismo che impera nell’Italia uscita dal conflitto, senza mai stancarsi di scandalizzare, di turbare, talvolta anche persino di terrorizzare. Dalle dune della Tunisia ai serpenti e scorpioni del Texas, egli probabilmente non uscì mai più dalla “propria trincea” interiore riempita di tagli, cretti, stoffe, cellophane, carta, legno, metalli, materia marchiata indelebilmente da quelle combustioni violente che evocano i peggiori spettri chiusi nell’animo umano.

Quei suoi sacchi di juta, che così tanto ricordavano quelli degli aiuti Alleati, brutalmente violentati, deturpati da tagli longitudinali, estremi, da macchie dai toni vivi e lividi che emarginavano dalla materia sottostante qualsiasi bontà, relegando alla visione d’insieme una critica esasperata, ma mai banale, al nuovo ordine sociale che si era venuto a creare, un mondo di plastica e cemento, moderato, ovattato, di materia senza anima.

La sua azione artistica era indubbiamente avanguardia delle Avanguardie, eppure al contempo rumore – cacofonico, a tratti scomposto con particolari di piccoli segmenti di melodia che si perde nel totale – di un grido disperato di Reazione contro il muro di silenzio imposto dai nuovi ignavi interessati e mondani.

Eppure venne profondamente avversato, proprio a causa della sua Avanguardia, da quel fronte che – proclamandosi rivoluzionario – altro non si dimostrò, invece, se non guardiano dell’arte figurativa e conservatrice. Ci riferiamo ad esempio alla bagarre con il comunista Umberto Terracini. Quando nel 1959, la Galleria d’arte moderna di Roma acquistò il “Grande sacco” di Burri, Terracini, con l’appoggio della Democrazia Cristiana, fu il promotore di un’interrogazione parlamentare in cui si chiedevano delucidazioni in merito alla cifra elargita per quella: «vecchia sporca e sdrucita tela da imballaggio che, sotto il titolo “Sacco grande” è stata messa in cornice da tale Alberto Burri». Evidentemente, Terracini soffriva di quella strana miopia, per altro comune in quegli anni, che gli impediva di vedere qualsiasi cosa si discostasse dal figurativo e, quindi, dal realismo di matrice sovietica.

Divenuto artista di fama mondiale, egli mai si volle arricchire, regalando le sue opere a musei e fondazioni e negando ad esempio la sua opera a Gianni Agnelli: “Peccato, avvocato. Se fosse venuto qualche anno fa l’avrei venduto per due spicci, ora non vendo. Mi scusi ma adesso ho un mal di schiena terribile” questo il succo del loro colloquio. Non seppe abbassare la testa ai potenti del suo tempo, riluttante alla mondanità ed irritato a chi lo definiva un intellettuale o “maestro”. Durante i suoi ottanta anni di vita mai andò a votare, se non per il referendum del 2 giugno 1946, nel quale egli affermò pubblicamente, votando per la Repubblica, di voler colpire a morte il disonore dell’8 settembre.

Fondamentalmente libero e capace di stupirsi come un bambino, nutrendo una grande passione mai smessa per i fumetti degli anni Trenta, donò nel 1973 il ricavato del premio Feltrinelli da lui vinto per restaurare il ciclo di affreschi di Luca Signorelli nell’Oratorio di San Crescentino a Morra, frazione della sua natìa Città di Castello, con la quale ebbe sempre un profondo legame, quel legame inscindibile delle origini.

Morto a Nizza nel 1995, concludendo il suo “buen retiro” in Costa Azzurra, egli volle essere sepolto nel suo paesello, semplicemente, con addosso quella giacca sahariana che mai smise in tutta la sua vita, quella di sempre, e con ai piedi le sue scarpe militari, salutato dai soli, pochi amici di una vita, compagni di cene e di lunghe bevute, quei compagni schietti che sempre preferì ai professoroni salmodianti ed intabarrati, gli sbirri del muro del silenzio che a volte però riuscì ad infrangere col suo grido.

Alessandro Pallini

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