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Roma, 11 lug – Quello di Valerio Benedetti, Sovranismo: la grande sfida del nostro tempo, appena uscito per le Edizioni Altaforte, è, per dirla molto semplicemente, un libro necessario. E lo è non solo per la ricchezza delle fonti utilizzate, la varietà delle argomentazioni, la profondità delle prospettive e l’accuratezza delle ricostruzioni genealogiche, ma innanzitutto perché rappresenta la prima vera, organica sistemazione storico-dottrinaria del tema indicato dal titolo. In altre parole, ci si trova di fronte non a una sterile e nostalgica deprecatio dell’attualità, né alle solite fumose analisi d’area, ma ad un testo capace sia di unire la critica serrata agli idoli del presente con una costruttiva proposta politico-culturale, che di tenere assieme rigore scientifico ed ethos mobilitante.



Un sovranismo in fieri

Sin dall’introduzione Benedetti individua correttamente il nemico del sovranismo nel globalismo, inteso quest’ultimo nelle sue varie declinazioni (cosmopolitismo e neoliberalismo in primis), così come giustamente considera il sovranismo “una cosa viva”, in fieri, calata nella lotta e nel fuoco delle controversie politico-culturali, con molto futuro davanti, e non un’anticaglia del passato da inventariare e incasellare, alla stregua dei tanti “-ismi” che l’hanno preceduto, né come un qualcosa che andrebbe già frettolosamente superato. Ed ecco perché il sovranismo è non un fatto ma un “da-fare”, un compito da realizzare, partendo quindi dalla lucida consapevolezza della crisi che investe, e non da oggi, il concetto stesso di sovranità, sottoposto agli urti incessanti delle ideologie e dei poteri ‘globalisti’.

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Muovendo da queste premesse, innanzitutto, al fine di evitare ogni ambiguità, nel primo capitolo del suo lavoro, Benedetti distingue il sovranismo dal populismo, per poi passare, col capitolo successivo, all’analisi di quell’incesto liberal-marxista (la definizione è dello stesso Benedetti)che è rappresentato dal globalismo. Si tratta di uno snodo decisivo del testo, da leggere in parallelo al quinto capitolo intitolato “Il neoliberalismo contro la sovranità”, perché appunto dedicato alla delineazione di quella composita ideologia che non da oggi si batte per la dissoluzione di ogni barlume di sovranità nazionale.

I fondamenti del sovranismo

Centrali nell’architettura del volume sono poi i due capitoli successivi, deputati all’analisi dei fondamenti del sovranismo. Il primo di questi due capitoli ha un taglio analitico affascinante: partendo dall’ira di Achille, considerata dall’autore “la prima parola dell’Europa”, viene delineato uno scenario imperniato su quest’ultima, non ridotta però a “mero scatenamento di impulsi irrazionali”, quanto piuttosto collegata alla nozione di thymòs, ossia alla “fonte energetica che sprigiona tutto il vitalismo e l’ardore degli uomini”.

Di contro al logos, piegato a giustificare gli idoli di oggi, e soprattutto di contro all’eros inteso come “anima desiderante”, è necessario quindi rivalutare appieno il thymòs, da non leggere, sia chiaro, come stolida vittoria dell’emozionalità, come la concepisce l’odierna e imperante “cultura delle emozioni” così ben denunciata da Frank Furedi, bensì come energia mobilitante, come capacità di sovvertire l’esistente, in una parola, come potenza. Liberare le energie timotiche come parola d’ordine del sovranismo, tenendo oltretutto presente la spiccata vocazione comunitaria appunto del thymòs, laddove l’anima erotica è tutta rinchiusa nel cerchio incantato del desiderio individuale e della ricerca di un piacere ripiegato su se stesso. L’erotico come dominio della privatezza.

Il capitolo seguente s’interroga su una serie di questioni decisive relative a cosa sia la sovranità, a chi ne sia il titolare e a come la sovranità possa essere esercitata concretamente. Prendendo le mosse da un postulato, che giustamente Benedetti considera “irrinunciabile”, ovvero il legame inscindibile tra il concetto di sovranità e lo Stato moderno, viene innanzitutto ricostruita una linea genealogica che vede nel sistema vestfaliano, nato nel 1648 con la fine della guerra dei Trent’Anni, la “consacrazione” della statualità, pur nella consapevolezza che le radici dello Stato moderno affondano nei secoli precedenti, come spiega con chiarezza Luigi Blanco nel suo Le origini dello Stato moderno. Secoli XI-XV (Carocci, 2020).

Dall’atto fondativo alla sovranità popolare

Altro punto dirimente è l’esame della sovranità, di cui Benedetti esalta “il lato volontaristico e decisionistico”, in quanto la sovranità è principio ordinatore proprio in virtù del fatto di essersi affermata “attraverso un atto fondatore e carico di destino”, ad esempio, nella versione hobbesiana, rispetto a un anomico stato di natura, oppure, in una prospettiva più storica, imponendosi su una caotica parcellizzazione del potere di stampo feudale. Però è un dato di fatto, e Benedetti non lo nasconde di certo, che nell’oggi l’Italia sia una nazione a sovranità limitata, a seguito delle vicende belliche, e che dunque i vincoli europei non abbiano fatto altro che peggiorare una situazione di per sé già compromessa; ragion per cui un sovranismo conseguente non potrà non porsi il compito di recuperare una piena libertà, ovviamente senza indulgere in massimalismi del tutto astratti, ma comunque agendo con costanza in questa direzione.

Altro punto essenziale del testo è l’analisi della sovranità popolare. Qui entrano in gioco, puntualmente esaminati da Benedetti, fattori quali le identità etno-culturali, le trite accuse di ‘razzismo’ rivolte a ogni discorso appunto identitario, il fallimento del modello multiculturale, il progressivo svuotamento della sovranità popolare da parte del globalismo, e così via.

Sovranismo termina con un capitolo espressamente dedicato all’Unione europea, il cui incipit è lapidario: “L’Unione europea non è l’Europa. Semmai ne è il tradimento”. Per cui la questione da affrontare è riassunta in una ‘semplice’ domanda: “Un’altra Europa è possibile?” In risposta, Benedetti passa in rassegna una serie di eventualità. Ovviamente, data la premessa, viene scartata la possibilità che l’attuale Unione europea possa davvero essere riformata grazie a una vagheggiata soluzione autenticamente federale, che in realtà si scontrerebbe con tutta una serie di ostacoli, debitamente analizzati da Benedetti, tale da renderla nient’affatto praticabile. Ma anche gli appelli a una sorta di fantomatico sovranismo europeo (proposta di recente rilanciata da Marcello Veneziani) sono destinati a infrangersi contro la realtà, come spiega Benedetti.

Quale Europa?

Insomma, con le parole dell’autore, “da qualunque prospettiva la si guardi, una riforma dall’interno dell’Unione non è solo improbabile, ma neppure auspicabile”. Ciò non significa, però, non riconoscere, realisticamente, la necessità per l’Italia di inserirsi in un orizzonte europeo, in quanto sarebbe darne una lettura caricaturale, se s’intendesse il sovranismo come la rivendicazione di uno ‘splendido isolamento’. Tutt’al contrario, l’esigenza è quella di pensare a una diversa Europa di cui anche l’Italia faccia pienamente parte, che è appunto la posizione di Benedetti.

La soluzione prospettata presuppone innanzitutto che si riconosca l’Europa come una ‘terra della differenza’ che mal sopporta ogni reductio ad unum. Così si spiegano i fallimenti di tutti coloro, da Carlo V a Napoleone, che hanno tentato con la forza di sottomettere ciò che di per sé è molteplice e plurale. Ed ecco perché, proprio al fine di preservare il volto più autentico del nostro continente, ovvero la ricchezza delle differenze che lo compongono, bisogna rifuggire da deliranti sogni neogiacobini alla Thiriart o da stantie formule neofasciste tipo Europa nazione,che auspicano la dissoluzione dei popoli europei in un melting pot su scala continentale.

La proposta indicata da Benedetti è invece in grado di tenere assieme rispetto per le differenze e consapevolezza di appartenere a un destino comune. Se si volesse tradurre con una formula tale aspirazione, si potrebbe dire, dando direttamente la parola a Benedetti, “che i popoli d’Europa dovranno essere capaci di dotarsi di un’anima imperiale e di un corpo confederale”. Al di là della suggestione ‘imperiale’, che si presta a qualche equivoco, non c’è dubbio che la soluzione confederale potrebbe avere davvero un futuro davanti a sé, assicurando unità d’intenti pur mantenendo le differenze infraeuropee. Certo, si tratterebbe di una soluzione sempre a rischio, sempre sull’orlo del fallimento, ma proprio questo, per quanto possa suonare paradossale, sarebbe la più bella testimonianza del fatto che i popoli europei siano ancora nella storia…

Giovanni Damiano

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1 commento

  1. Questo libro sembra essere veramente importante dato che aggiunge una voce (e delle idee) al dibattito riguardante il ruolo che l’Italia dovrebbe riprendere in Europa e soprattutto, in merito alla forma che la stessa Europa dovrebbe/potrebbe assumere.

    Cito dall’articolo:

    « […] bisogna rifuggire da deliranti sogni neogiacobini alla Thiriart o da stantie formule neofasciste tipo Europa nazione, che auspicano la dissoluzione dei popoli europei in un melting pot su scala continentale […] »

    In effetti, questo è un punto da chiarire. Io non ho un’idea precisa in merito: personalmente, sento un po’ tutte le diverse… “campane”; campane che – alle mie orecchie – suonano a volte bene e a volte male. D’altronde, è risaputo il fatto che la perfezione non sia cosa di questo mondo…

    Certo è che Jean Thiriart, per quel pochissimo che ho avuto modo di leggere del suo punto di vista, non si sentisse proprio “belga” o “vallone”; nelle sue parole (tratte da un’intervista del 1987):

    «Thiriart non è un nome “vallone”. A mio avviso questa etichetta vallona è spregevole, di fatto offensiva. I valloni e i fiamminghi parlano due lingue diverse ma sono identici dal punto di vista razziale. Inoltre, Thiriart ha una radice germanica, gotica. Siamo chiamati Theurwald in Danimarca, Thiriart in Germania e Belgio e Thierry in Francia. Ma tutto ciò non ha alcun significato storico. È un interessante discorso da bar, niente di più».

    Credo che in queste parole stia il nucleo della sua idea di Europa Nazione.
    E devo dire che anche a me è capitata, più volte, la stessa esperienza di Thiriart: a causa delle mie caratteristiche fisico/somatiche (che io definisco, sbrigativamente, “mitteleuropee”), sono stato scambiato in Germania per un tedesco, in Repubblica Ceca per un ceco e in Svezia per uno svedese (anche per un inglese).

    Si tratta di un discorso estremamente complesso ma secondo me, importante. Anch’io, in linea di massima, sono totalmente contrario ai “minestroni”, però, non posso fare a meno di notare il fatto che l’Europa sia già “meticciata” di per sé (escludendo, ovviamente, i nuovi apporti extra-europei che nulla c’entrano con noi): latini, slavi, nordici, semiti, alpini, baltici, etc…

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