Roma, 21 dic – Sui conti pubblici pesa un fardello da trentanove miliardi di derivati. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto del Centro studi di Unimpresa, sull’andamento dei derivati finanziari negli ultimi dodici mesi (basato su dati della Banca d’Italia). Dalla stessa analisi possiamo ricavare che l’uso di prodotti finanziari ad alto rischio è diminuito nel settore privato, ma cresce in quello pubblico: “Il dato, registrato a giugno 2016, è in aumento di sette miliardi (+22%) rispetto ai trentadue miliardi di giugno 2015”. Secondo lo studio di Unimpresa, dunque: “L’ammontare complessivo delle perdite potenziali derivati finanziari in Italia è passato dai 252,01 miliardi di giugno 2015 ai 242,3 miliardi di giugno 2016, con una contrazione di 9,6 miliardi (-3,83%)”.  Ciò che però colpisce di più in questo report è l’inversione di tendenza nell’uso di questi strumenti. Come sottolinea, Claudio Pucci, vicepresidente di Unimpresa: “Dopo un periodo in cui erano state registrate diminuzioni dell’utilizzo della finanza derivata nello Stato, ora le perdite potenziali legate a quel tipo di operazioni tornano a crescere”. Un tema questo che dovrebbe appassionare la classe politica. Chi controlla la finanza pubblica sia a livello centrale che periferico dovrebbe spiegare cosa è stato fatto negli ultimi mesi per contrastare le perdite dovute a questo fenomeno. Purtroppo, però, come sappiamo i problemi negli ultimi diciotto mesi, sono stati altri: abolire il Cnel, fare il Senato dei consiglieri regionali. Alla fine le riforme sono state bocciate e le risorse per rilanciare la spesa pubblica sono sempre più esigue. E dire che il Parlamento era stato avvisato. Sì, proprio così.

In base ai dati del Rapporto sulla programmazione di bilancio 2016 curato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, nel solo 2015 la voce degli “effetti connessi a derivati finanziari” ha avuto un impatto negativo sul debito quantificabile in 6,8 miliardi: per 3,2 miliardi legati al flusso netto di interessi e per altri 3,6 miliardi all’esercizio di swaption (opzioni che danno diritto a entrare in uno scambio di tassi su certe emissioni), avvenuto nella prima parte dell’anno. I derivati, quindi, appesantiscono l’indebitamento pubblico più di quanto non lo alleggerisca il programma di privatizzazioni, che ha raccolto 6,6 miliardi l’anno scorso. L’Ufficio parlamentare di bilancio annotava che proprio il Def avrebbe dovuto dare maggiori informazioni sull’effetto atteso dai contratti sottoscritti nei prossimi anni. Le cifre in ballo sono di tutto rispetto. Si parla di: “Importi che nel passato sono risultati molto rilevanti – pari in media nel periodo 2011-2015 a un contributo di incremento del debito di 4,7 miliardi annui – gli effetti in esame andrebbero autonomamente evidenziati”.


Inoltre, i dati Eurostat dello scorso aprile, dimostrano come l’Italia è il Paese dell’Eurozona che più ha pagato a causa dei contratti swap, che avrebbero protetto dal rischio del rialzo dei tassi. La protezione dello swap permette, dietro un costo, di convertire il pagamento di un tasso variabile (come quello sul debito pubblico) con un tasso fisso in grado di rendere prevedibili i pagamenti futuri. Una mossa prudente, da un lato, ma che ha “scommesso” nella direzione sbagliata, visto che negli ultimi tempi i tassi si sono mossi verso il basso. Il conto complessivo delle perdite sugli swap fra 2011 e 2014 anni è stato di 16,95 miliardi. L’interest rate swap, infatti, è una scommessa tra i due contraenti sull’andamento di una determinata speculazione, regolata dal mercato e dall’Euribor. Il termine “scommessa” non è una forzatura perché la finanza derivata si basa su meccanismi che ricordano il gioco d’azzardo. I derivati si mostrano sempre più come il grande buco nero che risucchia la liquidità che dovrebbe essere destinata alla spesa pubblica sia per investimenti sia per garantire i servizi sociali. Eppure i politici preferiscono parlare di vitalizi e dei costi della casta. Il comportamento della nostra classe dirigente ricorda un po’ quello di certe massaie che girano venti supermarket per trovare l’offerta migliore, salvo poi farsi spennare dai video poker.

 

Salvatore Recupero

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