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Roma, 5 gen – L’acqua secondo Talete. Sembrerebbe il titolo di un romanzo, purtroppo non lo è. E’ un caso sui complicati rapporti tra pubblico e privato, tra istituzioni e cittadini. E sull’acqua, pubblica ma se utile anche privata.

Acqua sempre più cara

Talete spa, il gestore unico del servizio idrico per il nord del Lazio, sta procedendo ad un aumento delle tariffe per l’acqua del 9% annuo fino al 2023, aumento che pare costituisca la condizione necessaria per accedere ad un finanziamento da parte di Arera di 40 milioni. Ovvero, l’Autorità per la Regolazione di Energia Reti ed Ambiente, un ente pubblico, vuole garanzie per concedere un consistente finanziamento a Talete, una società a  capitale pubblico, e Talete decide di trovare queste garanzie in un più che consistente aumento tariffario, su un bene pubblico ed essenziale, come l’acqua. Costo che ricadrà su famiglie e imprese, molte delle quali erano convinte che l’acqua, specie dopo il referendum del 2011, fosse un bene pubblico.

L’acqua bene pubblico?

Questa incredibile storia apre il dibattito sul ruolo pubblico e sulla rilevanza dei beni comuni. Insomma l’acqua è un bene pubblico, o no?

Sì, o almeno così sembrerebbe. Dobbiamo tornare però un po’ indietro negli anni, quando in Italia si aprì il dibattito per la privatizzazione dei servizi idrici. Un primo elemento è determinato dalla Legge n. 142/1990 la quale, riformando l’ordinamento degli Enti locali, ha fatto venir meno l’obbligo per i Comuni e le Province di costruire e gestire le strutture per l’uso potabile, prevedendo tra le forme di gestione dei servizi locali (oltre alla possibilità della gestione “in economia” per i servizi di entità modesta) l’azienda speciale, dotata di personalità giuridica ed autonomia imprenditoriale, le S.p.A. e le S.r.l. a prevalente capitale pubblico.

In questo contesto si inserisce il processo di apertura ai privati del mercato dei servizi idrici. Si ricordamo in tal senso diversi passaggi:

  • La Legge n 36/1994, nota come Legge Galli che, sancendo come predetto la proprietà pubblica delle acque, il loro uso secondo criteri di solidarietà, risparmio e riuso, con priorità dell’uso potabile, introduce criteri di gestione privata della risorsa, la separazione delle attività di indirizzo e di controllo da quelle gestionali, e la determinazione delle tariffe secondo il principio del full recovery cost, che comprende la copertura totale dei costi, compresa la remunerazione del capitale investito;
  • La Legge finanziaria 2002 che prevede all’articolo 35 “Norme in materia di servizi pubblici”, stabilendone l’erogazione in regime di concorrenza, conferendo la «titolarità del servizio a società di capitali individuate attraverso l’espletamento di gare ad evidenza pubblica» e stabilendo la trasformazione di aziende speciali e consorzi appunto in S.p.A. Il successivo Decreto Legge n. 269/2003 prevede che le Spa possano essere anche ad intero capitale pubblico, definite società di gestione in house, anche se non necessariamente finalizzate alla gestione per l’interesse generale;
  • La Legge n. 133/2008 che all’articolo 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) disciplina l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica ai privati, fra cui quelli “in materia d’acqua”. Questa norma di fatto liberalizza la gestione dei servizi di pubblica utilità gestiti da aziende municipalizzate di proprietà di Comuni ed Enti Pubblici;
  • Il Decreto Legge n. 135/2009, noto come Decreto Ronchi, che all’articolo 15 privatizza la gestione dei servizi idrici. Esso, infatti, stabilisce che «il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene in via ordinaria a favore di imprenditori o società in qualunque forma costituite […] e a società a partecipazione mista pubblica e privata» (il cui privato abbia almeno il 40%) e in via eccezionale (a seconda dalle «peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento» che «non permettono un efficace e utile ricorso al mercato») a società a capitale interamente pubblico. L’articolo 23-bis, 5° Comma, afferma apertamente che «la proprietà delle reti deve essere pubblica», sottolineando che solo «la loro gestione possa essere affidata a soggetti privati;
  • Il Referendum del 2011 che ha abrogato il predetto articolo 23-bis della Legge n. 133/2008 nonché l’articolo 15 del Decreto Legge n. 135/2009 (Decreto Ronchi), col timore che la privatizzazione della gestione del servizio idrico potesse determinare ulteriori e significativi aumenti delle bollette ed una riduzione drastica degli investimenti necessari per la modernizzazione degli acquedotti, della rete fognaria, degli impianti di depurazione.

L’esito del referendum è stato immediatamente attaccato dalle forze della privatizzazione. Il primo attacco è avvenuto nell’agosto 2011 quando l’allora governo Berlusconi approva il Decreto Legge n. 138/2011, che, all’art.4, prevede la sostanziale riproposizione dell’obbligo (questa volta con l’esclusione del “servizio idrico integrato”) alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. Attacco bloccato nel luglio 2012 da una sentenza della Corte Costituzionale, che ribadisce la necessità di procedere sui servizi pubblici locali tenendo conto dell’esito referendario. Il secondo attacco arriva nel 2012 quando il governo Monti, dopo aver conferito all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas delle nuove competenze sul servizio idrico integrato, approva un nuovo sistema tariffario che reintroduce, sotto diverse voci, la “remunerazione del capitale investito” nella gestione del servizio idrico. Ma è con il governo Renzi che ci sono i maggiori attacchi alla volontà popolare e l’atto più eclatante è la legge delega Madia “Riorganizzazione della amministrazioni pubbliche” (4 agosto 2015), che delega il governo a procedere liberamente e speditamente in questa direzione, consegnando la gestione dell’acqua alle multiutility quotate in Borsa.

Insomma, data tutta questa storia fatta di economia e di diritto, l’acqua è pubblica o no?

Si può dire che l’acqua è sì pubblica, ma il servizio di gestione ed erogazione è privatistico e viene fornito da società – interamente pubbliche, miste o private – che remunerano le proprie attività con le tariffe, a loro volta definite secondo il Metodo Tariffario Idrico, deliberato dall’Autorità per l’Energia e l’Ambiente.  Proprio quell’Arera che darebbe il mutuo a Talete a fronte di un aumento tariffario!

Una storia che – e’ proprio il caso di dirlo – fa acqua da tutte le parti. Sembra quantomeno singolare che le difficoltà gestionali di una società  che offre un servizio pubblico in regime di monopolio debbano ricadere sui cittadini. Evidentemente non troppo strano per Arera e per i soci, pubblici, di Talete.

Gian Piero Joime

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5 Commenti

  1. Ma della qualità dell’ acqua non se ne parla mai ? Basta, non interessa pubblico o privato ! Con cosa ci laviamo, con cosa cuciniamo, cosa beviamo, con cosa irrighiamo? Da dove arriva l’ acqua, dalle falde, dai laghi, dalla urina purificata, ecc. , devono spiegare! La differenza tra pubblico e privato dovrebbe essere solo in funzione della possibilità e della capacità di reinvestimento migliorativo…
    E basta con l’ acqua “morta” nella plastica.

  2. Vorrei sottolineare che l’acqua è un diritto…. Non un bene…. I beni si pagano per comprarli e per mantenerli… Sentite cosa dice il “capo” della Nestlé…. C’è da avere i brividi… Nessuno ha diritto a l’acqua…. Se l’acqua è un bene pubblico vuol dire che paga la collettività,dovrebbe essere un diritto umano. Ma spiegare la differenza tra chi ha diritti umani e chi no…. Diventa lunga.

    • L’ acqua non è solo un diritto, non è solo un bene…
      L’ acqua è vita (siamo fatti di acqua in percentuale elevatissima che scema lungo il percorso della ns. esistenza), e purtroppo oggigiorno bisogna pure pagare salato perché hanno aggredito persino i meccanismi di formazione del bene blu, non parliamo poi dei livelli di inquinamento microbico-chimico contenuti…
      Qui, analogamente al tuo discorso, c’è da spiegare la differenza ed il perché esiste l’ utente di acqua di qualità e l’ utente di acqua schifosa…

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