Con «Operazione Britannia» si intende comunemente il piano di dismissioni pubbliche e di privatizzazioni, che ha dato vita allo smantellamento del patrimonio economico italiano nel corso degli anni Novanta dello scorso secolo. Non dobbiamo però commettere l’errore di considerare la riunione sul panfilo della famiglia reale inglese, a cui parteciparono esponenti della finanza mondiale e figure di primo piano del mondo politico e industriale italiano, come un episodio a sé stante. Il Britannia è stato un tassello, uno dei tanti episodi creati ad arte per diffondere la «religione liberista».

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2022

L’Italia, con il suo sistema bancario e buona parte delle aziende di grandi dimensioni in mano pubblica, era una insopportabile anomalia in un periodo in cui il liberismo si stava imponendo in tutto il mondo occidentale. Per capire meglio come si sia arrivati non solo alla riunione del Britannia, ma anche al trattato di Maastricht, firmato nello stesso anno (1992), e alla progressiva distruzione degli Stati nazionali a favore di un globalismo in cui le grandi multinazionali sono diventate le uniche istituzioni davvero rilevanti, dobbiamo fare qualche passo indietro e studiare le origini dell’ideologia liberista.

Il Britannia ha radici profonde

Nel XVIII secolo la Gran Bretagna era la nazione più capitalista in Europa, e probabilmente nel mondo. Non sorprende quindi che proprio qui pensatori come David Hume e Adam Smith gettarono le basi del moderno liberismo. Occorre dire che all’epoca la discussione verteva su temi diversi, ed era focalizzata sul raggiungimento del bene comune. Il perseguimento di un ragionevole interesse personale doveva portare a un beneficio per tutti, il vantaggio di qualcuno non avrebbe dovuto essere lo svantaggio di qualcun altro. Il messaggio di Adam Smith, ampiamente travisato in seguito, era quello di una società capitalistica che portasse un incremento della ricchezza comune, un nuovo ordine sociale basato sulla cooperazione.

A partire dal XIX secolo, questa visione romantica della società ipotizzata dal filosofo scozzese lascia il posto al capitalismo industriale. Le ricchezze iniziano ad accumularsi nelle mani dei pochi che hanno il capitale necessario per investire in miniere e fabbriche, e le differenze sociali iniziano ad acuirsi. Nascono e crescono movimenti di lavoratori ostili a questo tipo di capitalismo, ispirati dalle teorie di Marx, ed è proprio in risposta a tutto questo che l’economista austriaco Ludwig von Mises pubblica nel 1919 il libro Nation, State and Economy, ponendo le fondamenta della dottrina economica chiamata neoliberismo.

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Mises considerava il socialismo distruttivo ed esaltava la libera fluttuazione dei prezzi garantita dalla concorrenza perfetta. La soluzione proposta è la quasi totale assenza dell’intervento statale in economia, una regolamentazione minimale del lavoro e un ridimensionamento del potere dei sindacati, mentre la tassazione e l’inflazione sono i veri nemici contro cui combattere. Un freno all’ideologia neoliberista viene portato dalla Grande depressione del 1929 e in seguito dalla…

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