Roma, 10 nov – L’Italia non è attrattiva per gli investitori esteri? Per fortuna: a giudicare le ultime esperienze, consentiteci di tirare un sospiro di sollievo. Da Alitalia all’Ilva, passando per Parmalat, non si contano ormai più gli atteggiamenti di carattere predatorio che i capitali forestieri pongono in essere una volta varcato il confine. Assumendo il ruolo, volenti o nolenti, di protagonisti della deindustrializzazione italiana.

Gli investimenti esteri sono debito

Con “Investimento diretto dall’estero” (Ide) si intende una peculiare forma di internazionalizzazione delle imprese in cui la ricerca di nuovi mercati si compie con l’insediamento di uno stabilimento o l’acquisto di una società da parte di un soggetto straniero. La nazione destinataria dell’operazione, se da un lato sul breve periodo riceve risorse fresche, dall’altro sul medio/lunga termine soffrirà un costante drenaggio di risorse che sono poi quelle che vanno a remunerare il capitale investito.

Non servono particolari competenze per inquadrare il fenomeno per quello che effettivamente è: una forma di indebitamento che occorrerà prima o dopo ripagare. E qui sorge la prima contraddizione: sorprende che, in un periodo storico di quasi criminalizzazione su ogni forma di debito, si ritenga invece desiderabile crearne di nuovo. Tanto più se si tratta di una posta da rimborsare con redditi qui prodotti che prendono però la via dell’estero.

Alitalia e Ilva

Oltre al dato contabile, non depongono a favore degli investimenti diretti esteri le ultime esperienze. Anche senza considerare il caso Parmalat, con i francesi di Besnier che dopo aver messo le mani sulla cassa (centinaia di milioni accumulati dopo il crac) stanno ora pensando di trasferire oltralpe tutte le attività di direzione, ad inquadrare il discorso “bastano” le vicende Alitalia e Ilva.

Quella della (fu) compagnia di bandiera è forse la storia più esemplificativa. Ricordate Renzi che annunciava, dopo il matrimonio con Etihad, di allacciare le cinture perché Alitalia era pronta a spiccare il volo? A pochi anni di distanza siamo punto e a capo, mentre nel frattempo gli emiratini l’hanno letteralmente spolpata prima di rendercela se possibile in condizioni peggiore di come l’avevano trovata.

Analogo discorso vale per Ilva. Qui gli indo-lussemburghesi di ArcelorMittal hanno però impiegato molto meno tempo: un semplice e fugace anno per decidere che il siderurgico di Taranto non era più funzionale al loro disegno. Altro che investimenti, altro che nuova alba per lo stabilimento che si affaccia sullo Ionio. Lo scudo penale è di fatto solo un paravento (per loro stessa ammissione) dietro il quale, ricattando l’Italia, chiedono di licenziare quasi metà dei dipendenti. Facendo di fatto tracollare non solo l’Ilva, ma un intero indotto.

Filippo Burla

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