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Roma, 30 dic – Almaviva ha avuto la meglio. Voleva chiudere la sede di Roma mandando a casa più di milleseicento persone, e ci è riuscita. Sarà dunque un capodanno amaro per le famiglie interessate da questa triste vicenda. Facciamo un passo indietro per capire meglio l’accaduto. Lo scorso ottobre un comunicato di Almaviva spiegava che: “Negli ultimi quattro anni, con una forza lavoro praticamente invariata, aveva visto diminuire del 50% i propri ricavi, spesso a vantaggio di attività delocalizzate in aree extra Ue, con un’aggiuntiva e rilevante accelerazione negli ultimi mesi”. Il pretesto era chiaro: per salvare l’azienda era necessario fare dei tagli. E che tagli!

Almaviva, annunciava la chiusura delle sedi di Roma e Napoli, con la prospettiva di lasciare a casa 2.511 persone, di cui 1.666 nella sede della capitale e 845 in quella del capoluogo campano. Seguiranno febbrili trattative per salvare posti di lavoro. Il governo cercava di prendere tempo. Il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e il viceministro Teresa Bellanova chiedevano ad azienda e sindacati di proseguire con il confronto per altri tre mesi, fino al 31 marzo 2017. La notte del 22 dicembre scorso i tredici delegati della Rsu della sede di Roma non hanno firmato la proposta di mediazione già firmata dai colleghi di Napoli. Per cercare di limitare i danni è stato indetto un referendum. I dipendenti che hanno detto ‘sì’ all’intesa sono stati 590, i contrari, invece sono stati 473. Il viceministro Bellanova ha trovato subito il colpevole. Secondo l’autorevole membro del governo: “Le Rsu hanno ritenuto quell’accordo inaccettabile e quindi hanno determinato la perdita del posto di lavoro per oltre 1.600 persone. Non si è voluto prendere tempo nonostante la proposta del governo fosse stata giudicata positiva dai segretari generali dei sindacati”. Purtroppo, però per il ministro gli stessi lavoratori avevano chiesto ai loro rappresentanti aziendali di non sottoscrivere quell’accordo. Almeno questo era il risultato venuto fuori dalle assemblee sindacali.

Vediamo nel dettaglio a quali ricche prebende hanno rinunciato gli impiegati di Almaviva. L’accordo (sponsorizzato dal governo) prevedeva ulteriori tre mesi di cassa integrazione fino a marzo 2017.  Insomma, serviva a continuare l’agonia. Lo scorso maggio Almaviva facendo ricorso ai contratti di solidarietà fino a novembre 2016 e agli ammortizzatori sociali nel 2017, era riuscita ad evitare l’esubero di quasi 3000 dipendenti (1670 a Palermo, 918 a Roma e 400 a Napoli). Se lasciamo fuori le diatribe sindacali l’unico dato su cui riflettere è quello che riguarda dei lavoratori che erano già in solidarietà da quattro anni e avevano visto la decurtazione del loro stipendio salire dal 20% al 45%. Cosa si spera di ottenere spremendo un sasso? L’efficientamento produttivo è solo un pretesto. Infatti, la strategia dell’azienda è evidente: spostare all’estero quello che rimane dei suoi stabilimenti produttivi in Italia.

È bene ricordare che  questo call center impiega 45.000 persone, di cui 13.000 in Italia e 32.000 all’estero. Almaviva è il sesto gruppo privato italiano per numero di occupati al mondo con un fatturato nel 2015 pari a 709 milioni di euro. A livello globale, conta trentotto sedi in Italia e ventuno all’estero, con un’importante presenza in Brasile, oltre che negli Stati Uniti, Cina, Colombia, Tunisia, Sudafrica, Romania e a Bruxelles, centro nevralgico della UE.

L’azienda suddetta beneficia dei vantaggi del libero mercato lasciando le perdite a carico dei contribuenti italiani. Inutile dire che non è la sola impresa a socializzare le perdite e a privatizzare i profitti. Questo circolo vizioso va spezzato. Per questo, una domanda rimane senza risposta: Quando vedremo le nostre istituzioni ristabilire il primato della politica sugli interessi della finanza?

Salvatore Recupero

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