Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 2 set – È notizia fresca, di questa notte. Eppure il silenzio dei media è assordante per un avvenimento così importante, in un campo strategico come quello della fibra ottica. Cos’è successo? Proviamo a spiegarci: il Cda di Tim, riunitosi sotto la presidenza di Salvatore Rossi, ha approvato l’accordo con il fondo americano Kkr Infrastructure che, per 1,8 miliardi, entra nella newco FiberCop con il 37,5%. Quasi il 40% di questa nuova entità sarà in mano ad una società straniera, e non è poco se si conta che FiberCop è una società creata ad hoc per la gestione delle infrastrutture dell’intera rete nazionale italiana.

Goodbye fibra ottica

Nella newco verranno inserite la rete secondaria di Tim (dall’armadio di strada alle abitazioni dei clienti) e la rete in fibra sviluppata da FlashFiber. La nuova società – si legge in una nota – offrirà servizi di accesso passivi della rete secondaria in rame e fibra a tutti gli operatori del mercato. Non richiederà iniezioni di capitale l’operazione FiberCop, ha aggiunto il Sole 24 Ore: «Il closing è previsto entro il primo trimestre del 2021. Sulla carta è previsto un cda di nove membri, di cui cinque espressi da Telecom, tre da Kkr e uno da Fastweb. Il presidente sarà di designazione congiunta Kkr-Telecom, Telecom nominerà ad e direttore tecnico, Kkr il direttore finanziario. Previsto un periodo di lock-up di cinque anni». FiberCop, di fatto, è il primo passo verso la società della rete unica nazionale con Open Fiber di Cdp ed Enel.

Che cos’è la «private equity»?

Kkr – precedentemente conosciuta come Kohlberg Kravis Roberts & Co. – è un operatore internazionale di private equity. Queste due parole, totalmente oscure a chiunque non mastichi un po’ di finanza, si riassumono e trovano un senso se tradotte nella loro simpatica descrizione. La private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un’entità, di solito un investitore istituzionale, rileva quote di una società definita obiettivo, sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno dell’obiettivo. In particolare la Kkr è specializzata nel segmento di leveraged buyout, con sede a New York. Dalla sua fondazione, la società ha completato oltre 400 miliardi di dollari in transazioni nel settore del private equity, nel 2017 la somma amministrata è di 153 miliardi di dollari. Anche qui, il leverage buyout (Lbo) è una tecnica di acquisto di una partecipazione (totalitaria o di controllo) di una società, di un’azienda, di un ramo d’azienda o di un gruppo di attività (target), che ha come caratteristica quella di ricorrere al debito per finanziare la maggior parte del valore di acquisto. Il rimborso del debito così contratto è collegato alla generazione di flussi di cassa e/o alla cessione di attività del target.

Una pratica prima vietata in Italia

Fino al 2003 in Italia vi era un espresso divieto di porre in essere operazioni di Lbo, in quanto strumento di aggiramento per interposta persona del divieto di sottoscrizione di azioni proprie (art. 2357 c.c.) e del divieto di assistenza finanziaria per la sottoscrizione o l’acquisto di azioni proprie. Le attività di Lbo sono state espressamente rese lecite nell’ordinamento giuridico italiano a seguito della riforma del diritto societario del 2003, la quale ha permesso di superare i dubbi di legittimità che venivano sollevati sulla base del divieto, contenuto nel primo comma dell’art. 2358 c.c. che inibisce alle società di accordare prestiti o concedere finanziamenti per l’acquisto di proprie azioni. Un’operazione enorme con cui ci troveremo con una potenziale rete internet estesissima e ad alta efficienza «al livello delle connessioni estere, per prevenire i sovraffollamenti verificatisi durante il lockdown» (sic!) ma con una società non sotto il controllo dello Stato a gestirla. Ovvero perdendo un’altra bella fetta di sovranità.

La fibra ottica è un settore strategico

L’ipotesi di lavoro – secondo la ricostruzione dell’Ansa – è quella di un primo nucleo della società per la rete unica nella quale Tim (Telecom Italia Mobile) potrebbe mantenere il 50,1%, ma che avrà una governance plurale e «terza». In attesa che anche Open Fiber (controllata pariteticamente da Enel e Cdp) possa poi confluire per dar vita a tutto tondo alla società unitaria della rete. Mentre l’opinione pubblica è conquistata dalle modelle di Gucci, un altro settore strategico, al pari di quello dell’energia o della difesa, vola via nelle mani di fondi speculativi esteri in cui sarà difficile, se non impossibile, avere più voce in capitolo. Un altro campo in cui lo Stato rinuncia ad essere protagonista, per l’ennesimo capitolo della svenditalia.

Libero Baluardo

2 Commenti

  1. MAPPORK….
    ma come ve lo devo dire,che i settori strategici e anche quelli che generano consistenti flussi di cassa
    DEVONO RESTARE NELLE MANI DELLO STATO?

    SCHIFOSI VENDUTI!!!!

  2. TIM/FiberCop mi ricorda tanto Atlantia/Aspi: i nostri politici capiscono qualcosa o sono lì solamente per i 12/13 mila euro al mese?

Commenta