Roma, 17 lug – A cosa (o a chi) serve una moneta forte? Meglio ancora: cosa significa “moneta forte”? Domande che l’ubriacatura da moneta unica sembrava aver riposto nel cassetto della storia. Peccato che la realtà sia molto più forte della retorica: con quest’ultima ormai fatta a pezzi dal recente andamento del cambio euro dollaro.

Una valuta non ha valore intrinseco. Può addirittura essere forte e debole allo stesso tempo, se la moneta della nazione X in quel momento quota più in alto della valuta della nazione Y ma più in basso di quella della nazione Z. Così accadeva, ad esempio, al cambio euro dollaro e al cambio euro sterlina, con la nostra divisa più forte rispetto al biglietto verde ma più debole rispetto alla moneta di Londra. E’ il normale – salvo speculazioni in genere di brevissimo termine ma non per questo meno dannose, specie se le contrasti prosciugando inutilmente le tue riserve: chiedere a Ciampi cosa accadde nel 1992 – andamento di un mercato, quello per l’appunto delle valute, che ha i suoi fisiologici momenti di alto e basso.

Perché scende il cambio euro dollaro

Detta in altre parole e parlando di cambio bilaterale (vale a dire tra due sole valute), in presenza di una maggior domanda della moneta A rispetto alla moneta B, la prima si apprezzerà rispetto alla seconda. E’ così che possiamo spiegare l’andamento del cambio euro dollaro, il quale dopo anni in cui la nostra moneta si collocava su valori superiori – talvolta decisamente superiori, come quando per acquistare un euro servivano quasi 1,5 biglietti con l’effigie di Washington – ormai è tornata sull’uno a uno, per dirla in gergo calcistico. Anzi: in certi momenti la divisa della Bce ha persino scambiato al di sotto della parità.

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Tra i vari motivi che spingono all’insù il dollaro, la parte del leone la gioca la politica monetaria restrittiva che ha portato la Fed ad un deciso rialzo dei tassi di interesse. Ne è conseguita una sorta di “fuga” verso quello che è tornato ad essere (o forse è sempre stato) un bene rifugio. Al contrario, dalle parti dell’Eurotower il ritocco all’insù dei tassi – fermi allo 0% dal 2016 – per ora rimane solo un annuncio, che non sappiamo se si tradurrà in realtà e soprattutto in che modo: da un lato c’è chi spinge per il rialzo, dall’altro sono evidenti i rischi di frammentazione dell’area euro, specie in assenza di un adeguato meccanismo sulla falsariga del ventilato “scudo antispread”.

Tutte le contraddizioni della moneta unica

Insomma, l’eurozona sembra di nuovo alle prese con i paradossi insiti nella sua stessa architettura. Aporie che il cambio euro dollaro su valori mai visti da vent’anni sta acuendo in maniera non indifferente. Perché è vero che un cambio svalutato – rispetto all’autunno scorso l’euro ha ceduto oltre il 10% sul dollaro – aiuta le esportazioni, che sono infatti tornate abbondantemente oltre i livelli pre-pandemia. E’ però altrettanto vero che buona parte delle materie prime – petrolio in primis – sono regolate in dollari, con inoltre costi dell’energia che a prescindere dal cambio hanno letteralmente preso il volo. Il risultato è che un campione di surplus con l’estero – la bilancia dei pagamenti era arrivata a toccare vette “cinesi” oltre il 3% del Pil aggregato – si ritrova così (e già da qualche mese) in deficit per la prima volta dal 2012. Importando ulteriore inflazione e, con essa, recessione.

Quanto possa durare una moneta pensata per macinare ad ogni costo – leggasi austerità, alias svalutazione interna – attivi di bilancia commerciale, non è dato sapere. A meno che non intervengano nel frattempo aggiustamenti-monstre. Quelli da cui il già non tenero Draghi sta forse cercando di defilarsi?

Filippo Burla

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