Roma, 12 gen – Il colosso cinese ha sempre più  fame di Italia, e pochi prodotti significano italianità quanto l’olio extravergine d’oliva. La millenaria e salutare linfa prodotta nel nostro paese è ancora un discrimine per un’alimentazione sana oltre che gustosa, e oggi l’extravergine è soprattutto un ambasciatore dello stile di vita mediterraneo e della qualità del Made in Italy.

Il volume di affari tra i paesi del Mediterraneo e la Cina ha superato I 150 miliardi di dollari nel solo 2016, e gli scambi non sembrano intenzionati a diminuire. Il primato tra i paesi esportatori di olio lo detiene la Spagna: proviene da Madrid più dell’80% dell’olio d’oliva destinato al mercato cinese. L’Italia si attesta al secondo posto col 13%, segue il 2% della Grecia e infine un 4% rappresentato dalla somma delle esportazioni di Tunisia, Marocco, Turchia e Portogallo. Sebbene la Spagna sia ancora il leader mondiale nel settore, la richiesta in Cina del prodotto italiano non conosce rivali. Nel 2017 le vendite hanno registrato un’impennata del 18%, con una crescita del 41% secondo la European Food Agency per quanto riguarda l’olio d’oliva, in assoluto il bene italiano esportato con la maggior crescita. Tra i fattori che hanno portato all’aumento dell’export italiano c’è sicuramente l’abbassamento, deciso da Pechino, delle tariffe sull’olio d’oliva italiano, a lungo considerate proibitive per l’ingresso nel mercato nazionale. Il costo decrescente delle importazioni ha coinciso anche con i tagli ai costi di produzione del 3% in Italia, di conseguenza è diventato sempre più sensato per i consumatori cinesi e gli esportatori italiani fare affari insieme. Anche i dati suggeriti dal report dell’International Olive Council del 2017 sono stati incoraggianti per l’export italiano, evidenziando una forte crescita a discapito di Spagna, Francia e Portogallo.

L’olio italiano è percepito come uno status symbol della qualitativa cultura gastronomica europea. Il prodotto è ancora destinato ad una fetta piuttosto limitata del paese, tenendo conto che meno dell’1% della popolazione consuma regolarmente olio d’oliva nei propri pasti, contro il 42% dell’olio di soia e il 27% dell’olio di colza. Oltre a ragioni prettamente culturali, i dati vanno letti considerando il prezzo al litro degli oli: se in media, al dettaglio, un olio di arachidi, soia o colza costa da 1€ a 3€, l’olio d’oliva oscilla dai 9€ fino oltre i 25€ per litro. Un bene perciò ancora lontano dall’essere alla portata di tutti gli acquirenti Cinesi, nonostante la classe media e abbiente sia da tempo in forte aumento.

cina olio olivaSecondo il grafico elaborato da Daxue Consulting, nel febbraio 2018 metà delle otto compagnie leader del settore erano ancora di proprietà cinese, ma ben sette di queste utilizzavano olive provenienti dall’Italia o dalla Spagna. In particolare è da segnalare il brand cinese Olivoilà, olio d’oliva numero uno per vendite nel paese (16€/l), prodotto ottenuto dall’importazione e dall’utilizzo di olive italiane.

È normale prassi  trovare nei supermercati cinesi olio d’oliva venduto sotto forma di pacco regalo in apposite confezioni. Dopotutto, non essendo ancora entrato appieno nelle abitudini alimentari locali, questo è percepito come un esotico dono da condividere in occasioni speciali. Non per caso, in Cina più del 60% dell’olio d’oliva è acquistato con tale proposito, come del resto la maggior parte degli alimenti occidentali. La conoscenza riguardo l’utilizzo e i benefici dell’assunzione dell’olio d’oliva rispetto ad altri tipi sta rapidamente aumentando in tutto il paese, tanto che ad oggi il 70% della popolazione è consapevole di poter utilizzare l’olio d’oliva a crudo per condire un’insalata, dato che può far sorridere un Europeo, ma assolutamente non scontato per un paese con una storia produttiva locale così recente e ancora limitata. Se è vero che l’importazione di olio e di olive è alta non si può dire lo stesso, infatti, per la produzione: la Cina produce in media 5mila tonnellate di olio d’oliva all’anno, pari allo 0,2% della produzione mondiale, produzione nove volte inferiore al suo consumo interno. Del resto, il paese non presenta il clima mediterraneo ideale alla coltura. Le piantagioni cinesi sorgono principalmente nelle province aride e subtropicali, soprattutto quelle di Gansu e Sichuan. Sebbene la produzione nazionale sia in crescita, così come la sperimentazione dei vari tipi di uliveti e i fondi statali destinati al settore (10 milioni di Yuan nel 2016 alla sola provincia di Gansu), il paese dipende ancora abbondantemente dall’Europa per le pregiate materie prime e prodotto finale. Ecco perché l’Italia deve continuare a giocar bene la sua partita, creare strategie lungimiranti e ampliare un dialogo commerciale con un mercato, quello cinese, non solo “del domani” ma soprattutto del presente. Occhi puntati però sulla Tunisia: paese svincolato dai limiti della UE che ha già più che raddoppiato l’esportazione globale di olio d’oliva e potrebbe attestarsi nel quadro asiatico, rispetto all’Italia, come potenziale competitor a buon mercato.

Alberto Tosi

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