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Roma, 18 lug – In questa settimana il mondo dei contact center è tornato al centro della cronaca. Stavolta però non si parla di delocalizzazioni per tagliare il costo del lavoro. Il tema è diverso. Anzi, l’Inps (guidata dal professore calabrese Pasquale Tridico) vuole internalizzare il servizio contact center finora gestito da alcune aziende esterne. Un’ottima idea che, però, rischia di rivelarsi un boomerang.



I motivi della protesta dei lavoratori del Contact center Inps

I sindacati, infatti, stanno già facendo sentire la loro voce. In prima linea c’è l’Ugl Telecomunicazioni, che martedì scorso ha portato in piazza gli operatori del contact center Inps. Stefano Conti (segretario nazionale Ugl Telecomunicazioni) annuncia “una campagna di mobilitazione per l’applicazione della clausola sociale e la salvaguardia dell’intero perimetro occupazionale del contact center Inps”. La commessa, al momento gestita da un raggruppamento di aziende guidata da Comdata (ai sensi dell’art. 5 bis legge 2 novembre 2019), sarà oggetto di internalizzazione verso Inps Servizi (società “in house” dell’ente).

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In pratica molti di coloro che fino ad oggi hanno gestito le pratiche dell’Istituto di Previdenza sociale dovrebbero far posto ai nuovi arrivati. Conti si dichiara “favorevole all’internalizzazione, purché venga mantenuto l’intero perimetro occupazionale.  Questo può avvenire esclusivamente tramite il ricorso alla clausola sociale, prevista per legge e confermata da recenti sentenze del Tar del Lazio e della Puglia per quanto riguarda le società in house”.

Ma come funziona il sistema di tutele invocato dal dirigente sindacale dell’Ugl? Per comprenderlo è bene ricordare che grandi aziende ed enti pubblici in questi ultimi trent’anni hanno esternalizzato alcuni “uffici interni”.

Esternalizzazione e Clausola sociale

Facciamo un esempio. L’azienda X che fornisce luce e gas da anni ha appaltato la gestione delle bollette al contact center esterno chiamato Y. Scaduto il contratto che la lega con quest’ultima decide di dare la commessa ad un’altra azienda Z. Che fine faranno i dipendenti del gruppo Y? Secondo la clausola sociale dovranno essere assunti da Z.

Si applica la disciplina prevista dal comma 10 dell’art.1 della L. 20 gennaio 2016, n. 11: “In caso di successione di imprese nel contratto di appalto con il medesimo committente e per la medesima attività di call center, il rapporto di lavoro continua con l’appaltatore subentrante, secondo le modalità e le condizioni previste dai contratti collettivi nazionali di lavoro applicati e vigenti alla data del trasferimento, stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative sul piano nazionale”.

Lo stesso discorso vale anche quando s’interrompe l’esternalizzazione e si affida alla cosiddetta “società in house”. Tornando all’esempio di prima. Se il gruppo X se crea un nuovo dipartimento interno che prende il posto dell’azienda Y dovrà attingere al personale di quest’ultima. Che senso ha assumere e formare dei nuovi dipendenti quando c’è del personale che ha le competenze per svolgere il servizio? Bisognerebbe chiederlo a Tridico.

Il concorso pubblico innescherà una guerra tra poveri

“Il presidente dell’Inps – sottolinea Conti – continua invece a sostenere la linea del concorso pubblico, a nostro avviso illegittima, che porterà a centinaia e centinaia di esuberi, a scapito di lavoratori e lavoratrici con alte professionalità e anni di esperienza nel servizio”. L’idea di limitare gli appalti esterni è lodevole la modalità con cui il professor Tridico la sta portando avanti è discutibile. Inoltre, secondo il segretario nazionale responsabile dell’area Tlc ed emittenza della Slc-Cgil Riccardo Saccone, “questo concorso rischia di diventare la Disneyland degli avvocati per la serie di ricorsi che può innescare”.

Per dirimere certe situazioni basterebbe il buon senso: l’Inps dovrebbe riconfermare chi già lavora nel call center e assumere i futuri dipendenti con concorsi pubblici. L’esternalizzazione negli uffici pubblici non ha portato a nulla di buona ma le colpe non possono ricadere sui lavoratori.

Ergo, la proposta di Tridico va bocciata. In caso contrario, come ricorda Conti, “dopo aver prodotto centinaia di licenziamenti, l’Inps dovrebbe poi provvedere a pagare anche l’assegno di disoccupazione alle stesse persone. È un paradosso tutto italiano: da una parte aziende private tramite la clausola sociale garantiscono la continuità occupazionale dei circa 3.200 addetti, dall’altra l’Ente Previdenziale li vuole licenziare”.

In fondo, però, non dobbiamo stupirci tanto: Pasquale Tridico (troppo spesso nell’occhio del ciclone) ricopre quel ruolo grazie a Luigi Di Maio. Dunque se quest’ultimo è ministro, il docente calabrese può ambire a qualsiasi carica.

Salvatore Recupero

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