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Roma, 20 dic – L’uso di internet e dei social network ricopre dall’inizio del nuovo millennio un ruolo chiave nella comunicazione di massa. Indubbia fonte di aggiornamento tecnologico, ha permesso la creazione e la stabilizzazione di rapporti sociali prima impossibili. Questa vera e propria rivoluzione relazionale e comunicativa ha però assunto connotazioni preoccupanti nel corso degli anni.

La possibilità di raggiungere utenti lontani da noi è diventata semplice strumento propagandistico. In certi casi laboratorio di devianza per formazione e pensiero dell’opinione pubblica.

La politica ha subito uno stravolgimento con l’arrivo di queste metodologie: esse sono usate al fine di rendere il popolo partecipe della propria vita. Possiamo dunque intendere i social network come palco virtuale della politica. Piattaforme dove esponenti di ogni colore e partito riversano abitudini, pensieri e filmati al fine di raccattare qualche volto o qualche seguace in più.

Dalla politica alla pandemia: social sempre più “editori”

Chiaro che strumenti simili rispondano agli interessi dei propri creatori, che hanno indirizzato il comportamento di essi in base ad i propri scopi. Appare però assurdo che pagine Facebook o Instagram di associazioni e partiti riconosciuti nell’ambito democratico siano state cancellate. E tali accadimenti appaiono minimi se rapportati al trattamento subito da Donald Trump, presidente degli Usa, sulle varie piattaforme social. Addirittura nel corso del processo post-elettorale ogni pubblicazione online di Trump è stata accompagnata dall’avviso del social che indicava e bollava qualsiasi affermazione del tycoon come fraudolenta e falsa.

Anche la pandemia da covid-19 ha svolto il proprio ruolo. Ogni post contenente punti di vista diversi dalla narrazione mainstream di media e Oms è segnalato, comportando in certi casi il blocco dell’account.

Molti di questi temi sono trattati in Likecrazia: lo show della politica in tempi di pace e di Coronavirus, l’ultima fatica letteraria di Daniele Capezzone, che racconta anche accadimenti frutto delle scelte degli amministratori delegati di alcuni social network, spesso in contrasto anche con le leggi sulla libertà d’espressione.

Nuovi canali d’informazioni online, come il neonato Parler, stanno diventando rifugio per chi non voglia chinarsi al politicamente corretto, che è sempre maggiormente paragonabile al grande fratello di Orwelliana memoria. Resta però da combattere una battaglia più ampia: essa passa per la difesa del diritto/dovere di libertà d’espressione, oggi messo in pericolo dai propagatori del pensiero unico.

Tommaso Alessandro De Filippo

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