Roma, 25 feb – Un mese. E’ questo il nuovo termine che gli Stati Uniti hanno concesso alla Cina per il perfezionamento dei negoziati volto ad evitare una nuova ondata di dazi doganali. Una boccata d’ossigeno che fa festeggiare i mercati ma non segna in alcun modo il termine del contenzioso. Al contrario, rappresenta la fine del mondo del “libero mercato” globale così come l’abbiamo conosciuto fino ad ora. Almeno per due motivi.

I dazi rimangono

In primo luogo, la nuova scadenza del 1 aprile (dall’originario 1 marzo) riguarda esclusivamente l’aumento delle tariffe dal 10% al 25% su centinaia di miliardi di beni oggi importati dalla Cina verso gli Usa, originariamente previsti per l’inizio del prossimo mese. In altre parole: le trattative non hanno ad oggetto i dazi doganali in sé, che verranno in ogni caso mantenuti con la possibilità di essere incrementati qualora i negoziati non dovessero avere esito positivo.

Il mercato ha bisogno di regole

In secundis, ciò che emerge dalle trattative è la predisposizione di nuove regole condivise per evitare l’emergere di pericolosi squilibri. Fra i quali ad esempio una bilancia commerciale Cina-Usa totalmente sbilanciata in favore dei primi.

I motivi non sono solo legati alle delocalizzazioni produttive, ma riguardano la politica monetaria che tiene lo yuan artificialmente svalutato, episodi di violazione delle norme sul diritto d’autore e in ultimo anche il marcato protezionismo cinese sul mercato interno. Tutti elementi finiti all’interno delle negoziazioni e che sembrano veder Pechino cedere su punti mai stati finora in discussione. Si parla ad esempio di stabilizzazione della valuta, di apertura del mercato interno, di acquisti dagli Usa per almeno 1,2 trilioni di dollari aggiuntivi.

Un carnet di concessioni che, se passeranno, daranno ragione a Trump e alla sua lunga battaglia contro la Cina e in favore della reindustrializzazione americana, che sta già dando i primi risultati. Non è un mistero, d’altronde, che la dirigenza comunista abbia più volte adottato pratiche definibili quantomeno sospette. Atteggiamento perfettamente lecito in un contesto di totale deregolamentazione com’è il mercato globale oggi. O meglio: di deregolamentazione unilaterale, con l’occidente a subire passivamente le decisioni altrui mentre si fa le pulci in casa propria. Con il risultato di aver perso la forza trainante di quella che era la locomotiva economica mondiale, consegnandosi armi e bagagli a chi fa della concorrenza selvaggia e sleale un punto di forza. C’è stato bisogno del “populista che parla alla pancia del paese” Donald Trump per avere il coraggio di forzare la mano. Rispolverando anche i cari vecchi dazi. Grazie ai quali però si è almeno evitata una guerra, inizialmente almeno solo commerciale.

Filippo Burla

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