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Roma, 22 ago – Le delocalizzazioni “sono figlie” della liberalizzazione dell’economia. Inutile girarci attorno. Lo Stato non ha più gli strumenti per impedire alle aziende di spostare la propria produzione all’estero. Gli imprenditori sono sempre alla ricerca di aree in cui il costo del lavoro è più basso. Il problema non è certo nuovo. Ciclicamente, però, ci stupiamo per il cinismo di alcune multinazionali. Pensiamo al clamore suscitato dai 422 dipendenti della Gkn licenziati via e mail. O anche al caso Whirlpool, all’Elica di Fabriano, alla Giochi Preziosi. Sull’onda emotiva i governi sfornano leggi o provvedimenti che sicuramente sono insufficienti ad affrontare un problema complesso. Prima ci ha provato l’allora ministro del Lavoro Di Maio, ora il suo omologo Andrea Orlando.



Il flop del “Decreto dignità

Poco più di tre anni fa veniva approvato la legge n.96 del 09 agosto 2018. Era il famoso “Decreto dignità” A volerlo fu l’allora ministro del Lavoro (e oggi ministro degli Esteri) Luigi Di Maio. Il provvedimento era ambizioso come il giovane statista di Pomigliano d’Arco. Nel decreto troviamo una stretta sui contratti a termine, lotta al precariato e alla ludopatia (sic!), semplificazioni fiscali, e infine norme che miravano a limitare le delocalizzazioni.

La legge prevedeva l’introduzione di sanzioni economiche nei confronti delle imprese che, pur avendo ricevuto aiuti pubblici, spostavano la loro produzione all’estero. Di Maio voleva stangare gli imprenditori che fuggivano: a quest’ultimi (oltre alla perdita del “beneficio”) veniva applicata una sanzione amministrativa in misura da 2 a 4 volte l’importo dell’aiuto fruito. Le vertenze sopracitate ci confermano che il provvedimento non è servito come deterrente. Per questo il ministro del Lavoro Andrea Orlando e il viceministro allo Sviluppo economico Alessandra Todde hanno cercato di mettere in cantiere una nuova legge.

Delocalizzazioni: le nuove mosse del governo

Il provvedimento pare sia già pronto. Secondo le ultime indiscrezioni il decreto si rivolge alle imprese operanti in Italia dal primo gennaio 2020 di dimensione medio grandi e che per ragioni di squilibri di bilancio tali da rendere plausibile lo stato di insolvenza avviino una procedura di chiusura.

La bozza stabilisce obblighi di informazione preventiva e impegna l’impresa a presentare un “Piano di reindustrializzazione” con l’indicazione delle potenzialità del sito produttivo e delle eventuali necessità di riqualificazioni. Lascia un po’ perplessi l’introduzione della figura di un “advisor” che dovrebbe verificare l’esistenza di soluzioni alternative alla delocalizzazione, a partire dalla ricerca di nuovi investitori interessati.

In caso di mancato rispetto delle suddette norme, sono previste multe pari al 2% del fatturato dell’ultimo esercizi e l’inserimento in una “black list” (che vieta per tre anni l’accesso a finanziamenti o incentivi pubblici). Il provvedimento riprende la Legge Florange. C’è da dire, però, che quest’ultima si è rivelata largamente inefficace come deterrente. Lo ha ammesso anche l’allora titolare del Mise Stefano Patuanelli. Che fare, dunque?

La sfida del reshoring

Cominciamo col dire che chi crede nel libero mercato considera le delocalizzazioni qualcosa di inevitabile. Lo Stato, dunque, non deve far nulla per impedire ad un imprenditore di portare all’estero gli stabilimenti. In caso di licenziamenti improvvisi basta puntare sulle politiche attive del lavoro. In pratica, i lavoratori possono cercarsi un’altra occupazione. Scherzi a parte, finora questo fenomeno è stato sottovalutato. Detto ciò, le multe non sono la risposta giusta.

In assenza di una politica industriale ogni legge di questo tipo ha solo uno scopo propagandistico. Lo stato deve avere la forza per mantenere in Italia non solo i settori ritenuti strategici, ma anche la manifattura, nel senso più ampio.

È necessario, inoltre, riportare in patria intere filiere produttive. È quello che viene chiamato reshoring, ossia riallocazione. La pandemia ci ha mostrato la necessità di produrre alcuni beni all’interno dei confini nazionali. Pensiamo ai dispositivi di protezione individuali come le mascherine chirurgiche. Francesi, tedeschi, inglesi americani si stanno muovendo in questa direzione. Abbiamo dunque davanti a noi un’occasione unica per rafforzare l’industria nazionale e per fermare le delocalizzazioni. Speriamo solo di saperla sfruttare.

Salvatore Recupero

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7 Commenti

  1. Al posto del fantomatico advisor bisognerebbe valutare se ci sono gli estremi per obbligare l’azienda con volontà delocalizzatrice a sottostare prima ad una proposta d’ acquisto dei lavoratori (o chi per loro), a prezzo congruo da pagarsi nel tempo con il fatturato. Circa il ritorno di attività in Italia c’è una vasta scelta di copiature possibili. Basta volerlo!

    • Concordo anche se il discorso è ben più ampio.

      Il paradigma capitalista si basa su una bufala, la bufala della crescita infinita ovvero produrre e vendere all’infinito.

      Purtroppo per loro ciò è impossibile perché oltre al fatto che, come ci insegna l’economia politica,

      “a fronte di bisogni potenzialmente illimitati le risorse per soddisfarle sono limitate ed è quindi necessario operare delle scelte”

      I paesi, come l’Italia, che hanno già visto il boom economico sono ormai saturi di beni e negli altri paesi, vedi Africa ad esempio, i beni inutili in sovrapproduzione non potevano piazzarli perché non hanno soldi e gli avari capitalisti per niente non ti danno niente e infatti piuttosto distruggono l’invenduto

      https://youtu.be/mxqz2g05MTI

      quindi?

      Quindi delocalizzano per fare in modo che chi non aveva soldi, e non avendo soldi non ha niente, faccia un po’ di soldi e diventi “consumatore”.

      Postindustriale significa cadavere non interessante per i capitalisti anche se sono già loro stessi cadavere, dal 2012

      https://www.weforum.org/agenda/2012/04/the-end-of-capitalism-so-whats-next/

  2. siamo sempre lì:una economia liberista nel senso vero del termine porta il lavoro dove costa meno,e le vendite dove rendono di più.

    è ora di rendersi conto che NON si può continuare ad andare avanti per quella strada,se non si vuole distruggere tutto quello che di buono è stato fatto nei paesi avanzati dal dopoguerra ad oggi.

    quindi ci vuole il liberalismo,si…
    ma tagliato con ABBONDANTI dosi di socialismo reale:
    nel senso:
    sei imprenditore,e
    te ne vuoi andare piantando a piedi i tuoi dipendenti?
    bene.
    visto che lasci qui i tuoi dipendenti e l’esperienza da essi acquisita,e io come stato devo tutelarli…
    così mi metto su una bella fabbrica di un prodotto molto simile al tuo,
    (o magari pure migliore,visto che ho la forza dello stato dietro)
    lo rimarchio IRI,e mi metto a farti concorrenza su tutti i mercati tranne quello interno al nostro paese…. dove TU non venderai più una cippa.

    e già che ci siamo,suggerisco a tutti i dipendenti di ogni ordine e grado di ogni piccola impresa in odore di vendita o delocalizzazione….
    di cominciare a vagliare una possibile forma di organizzazione in cooperativa,imparando al meglio TUTTO quello che serve per gestire la fabbrica mandandola avanti:

    così quando e se verrà messa sul mercato,non dovrete fare altro che
    comprarvela,con l’aiuto dello stato:
    trasformando una spa o srl in una cooperativa nata NON per inseguire il profitto,ma per mantenere il lavoro in italia:
    ed ecco che in questo modo il prodotto finale diventerà molto più competitivo perchè mancando la proprietà o gli azionisti da foraggiare,tutto il guadagno netto andrà in ricerca e stipendi,anzichè in tasca ai proprietari.

    altra cosa utile…. attaccatevi alla terra:
    diversamente da qualsiasi altra produzione essa NON PUO’ ESSERE DELOCALIZZATA.
    e nota bene….
    se permettete che poche multinazionali si accaparrino il grosso dei terreni agricoli come succede da anni in altri paesi,
    non vi resterà nemmeno quella.

    e ancora,è ora che lo stato si svegli una buona volta,e rimetta in piedi l’IRI.
    e TUTTE le aziende di un certo spessore economico e occupazionale che vogliono vendere o delocalizzare,devono PRIMA DI POTERLO FARE
    sottoporre la cosa allo stato:
    DEVE ESSERCI la prelazione dello stato,all’acquisto:
    esattamente come c’è nel mercato immobiliare,dove i confinanti hanno la precedenza su un eventuale acquisto immobiliare.

    dopodichè tutte le aziende sane e non decotte acquistate dallo stato devono entrare in un fondo azionario a dividendo,gestito al 51% dallo stato italiano,
    e dal 49% dai SOLI CITTADINI ITALIANI con il limite tassativo massimo di 1 milionesimo a cittadino.

    solo così il lavoro resterà qui in italia….
    e con esso,anche i proventi dello stesso,
    solo che anzichè a qualche centinaio di plutocrati con il portafogli sfondato…
    finiranno allo stato italiano,cioè a tutti noi:
    e ai risparmiatori italiani,cioè…
    chiunque voglia aver fiducia nel proprio paese.

    paese che se facesse finalmente una riforma del genere,sarei il PRIMO a sostenere:fino ad impegnarci anche il mio ultimo centesimo.

  3. Da molto tempo i capitalisti integralisti stanno operando delle scelte a danno dei veri bisogni, ovviamente differenziati nel tempo e nello spazio, degli individui, della comunità. Grazie al nozionismo e ad una pseudo cultura imperanti, riescono a generare una domanda, sia in quantità che in qualità, quasi assolutamente combaciante con l’ offerta che a loro pare più convenire !! E da questa operazione malsana che deriveranno danni anche a loro, ma come o già scritto in questa sede saranno danni fatali e mutanti purtroppo ben oltre la data odierna.
    Prova a considerare di più, nelle tue valutazioni, la quantità/qualità dei beni durevoli, semidurevoli e di consumo con i quali ci hanno inondato e i loro possibili, altamente variabili, tempi di rotazione.
    Hanno pure insegnato che tutti devono avere tutto, poi ovviamente sottoutilizzato (eufemismo)… così non saltano fuori nemmeno tutte le magagne produttive!
    Mi fermo, alla prossima puntata, occhio al tuo gruppo sanguigno e sursum corda.

  4. Io lo chiamo #Socalism capitalismo sociale anche se non ho inventato niente.

    E’ un po’ la filosofia fu di Olivetti anche se lui a mio avviso era di manica larga.

    Io anziché massimo 10 volte il meno pagato dei dipendenti per i manager, pubblici inclusi, metterei un tetto di 3,5 volte lo stipendio più basso.

    Purtroppo non c’è volontà perché le istituzioni sono foraggiate, e si vede dalle pandebufale per tenere in piedi case farmaceutiche e vendere prodotti tipo mascherine e igienizzanti che nessuno diversamente avrebbe mai comprato (costano “poco” ma con il poco di molti si fa tanto), dal più becero capitale.

    Purtroppo devo deluderti per quanto concerne la terra, niente è “inamovibile”
    https://www.francesconmelons.com/
    per coltivare meloni e angurie tutto l’anno si spostano in Africa e neanche lo nascondono.

  5. @sconvolto:
    avercene,di imprenditori come il fu olivetti….
    comunque non ci siamo capiti:
    è l’azienda che produce i meloni,che è andata a produrli
    in africa.
    in sostanza ha delocalizzato,esattamente come altri imprenditori hanno fatto.
    ma a differenza di loro,NON può sbaraccare la fabbrica e portarsela all’estero,mi capisci?
    la terra è e resta qui in italia,NON puoi delocalizzarla.
    quindi o la lavora quella ditta qui, o la lavora qualche altro italiano….sempre qui.
    è un tipo di lavoro che c’è SEMPRE,assumendo di aver voglia di farlo.

    perchè c’è anche questo,da dire: il nostro paese offre tutta una serie di lavori NECESSARI
    che non possono essere delocalizzati….e nemmeno tagliati,se vogliamo che resti un paese moderno.

    solo che da decenni interi siamo in grave carenza di organico,perchè nessuno vuole farli…
    sono lavori faticosi,spesso scomodi come orari o condizioni di lavoro….
    e a volte anche pericolosi,
    ma indispensabili per garantire reti elettriche,infrastrutture,reti telefoniche,fognarie,acquedotti,strade,ponti,servizi ecc

    la domanda c’è,ma è l’offerta che latita parecchio:
    sono pochissimi,i nostri baldi giovani disponibili a farli.
    preferiscono girare per discoteche e bar lamentandosi che non trovano lavoro…
    (rigorosamente con le mani su uno spritz o sulle cosce di qualche ragazza)

    quindi siamo seri:
    gli imprenditori delocalizzano,è vero:
    lo fanno,perchè conviene A LORO:
    ma se tu da italiano non sei disposto a fare quello che conviene a TE,e non accetti di sporcarti le mani e piegar la schiena
    (come tutti i contadini fanno fin dall’alba dei tempi)
    o non sei disposto a lavorare di sera,di notte,di festa,
    non vuoi avere a che fare con fogne,con elettrodotti,
    con metanodotti ,con banconi di bar,con panifici,con allevamenti di vacche….
    e preferisci lasciare il tuo posto all’immigrato di turno,
    che vuoi che ti dica?

    guarda, il fatto sta in poco posto:
    in italia siamo circa 60 milioni,con 8\10 milioni di immigrati.
    assumendo che almeno due terzi di questi lavorino,
    di fatto stanno facendo quello che quasi SEI milioni di italiani
    non accettavano di fare.
    quindi di fatto (oltre che dare un mare di problemi di convivenza)
    costringono quei sei milioni di italiani a campare di sussidi,
    o sul gobbo delle famiglie…
    oppure ad emigrare e cercare lavoro all’estero.

    e cercare lavoro all’estero,NON è come ti fan vedere sul tubo o sui giornali….
    la maggioranza di chi lo fa,va a fare gli STESSI lavori che avevano rifiutato qui.

    fa fin ridere a pensarci….
    “non faccio il barman perchè è troppo sacrificato e non viene pagato in proporzione”
    (minimo duemila euro al mese,pretendono:chi te li dà? nessuno,all’inizio)
    poi vanno a londra a lavorare come aiuto cuoco o simile,
    prendono TRE mila euro e se
    li spendono quasi tutti per vivere li:
    e dopo qualche anno tornano con le pive nel sacco,con pochi risparmi
    e senza nemmeno aver imparato un inglese decente,perchè i colleghi erano pakistani,cingalesi,indiani,africani ecc

    oppure vanno in australia e si ritrovano in una farm in mezzo al deserto,a tirar su a cottimo fragole…
    le STESSE FRAGOLE che non volevano tirar su a due passi dalla propria famiglia,così risparmiavano quasi tutto il guadagno.

    (NB sono due esempi reali)

  6. Sfondi una porta aperta.
    Io non ho mai rifiutato nessun lavoro, a parte un’ifferta come responsabile ufficio tecnico meccanico a Zurigo nel 2008.

    Mi offrivano 4.000 franchi svizzeri netti al mese, mi pagavano loro i contributi per l’Alteversogen (la pensione) e la Krankenkasse (assicurazione di malattia) mi davano un signor appartamento con salone con camino, bagno con box doccia e vasca idromassaggio entrambi doppi, bagno di servizio con lavatrice.

    Io sono Italiano e finché riesco a trovare lavoro in Italia (prendo meno di quanto mio offrirono in Svizzera) me ne sto in Italia a prescindere a lottore affinché finti sinistri e destri paraculo capitalisti
    https://massimosconvolto.wordpress.com/2018/10/20/indecisi/
    non riescano nel loro intento di distruggere la sovranità nazionale e renderci servi di falliti
    https://www.weforum.org/agenda/2012/04/the-end-of-capitalism-so-whats-next/

    Ma la maggioranza non ci arriva, sogna di trovare l’oro.

    L’oro è la tua terra, la sua cultura, le sue tradizioni, la gente che ha lottato per darti una nazione libera ma io ho una certa età, pare che certe cose non vadano più di moda anche se la difesa della Patria è obbligo ancora vigente
    https://www.senato.it/1025?sezione=123&articolo_numero_articolo=52
    nonostante l’incostituzionale abrogazione del servizio di leva ad opera di chi continua a firmare porcate incostituzionali tale #Mattarella

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