Roma, 10 gen – Diminuisce la disoccupazione, cresce l’occupazione. Questi i segnali registrati dall’Istat dal mercato del lavoro nel mese di novembre. Due dati che potrebbero instillare ottimismo sul fatto che la crisi da confinamento “pandemico” sia in via di risoluzione. Non è però tutto oro quel che luccica.



Disoccupazione: numeri falsati dal blocco dei licenziamenti

Il tasso di disoccupazione cala all’8,9%, 0,6 punti percentuali in meno rispetto al mese precedente. Il minimo (tolti i mesi di di lockdown, in cui era calato a poco sopra il 7: stime però inficiate dalle chiusure imposte) da oltre cinque anni. Fanno quasi 70mila lavoratori in meno in cerca di occupazione.

Tutto bene quindi? Non necessariamente. Per due motivi. Il primo è il blocco dei licenziamenti, che la finanziaria ha di recente prorogato fino al 31 marzo 2021. Scelta necessaria nel picco della pandemia, la quale ha però solo spostato in là gli effetti più nefasti della crisi economica seguita alle misure di confinamento. Quelle che, sia detto per inciso, continuano – sia pur a macchia di leopardo – ancora oggi. Ciò non ha ovviamente impedito ai datori di lavoro di non rinnovare i contratti a termine scaduti, i cui titolari si sono quindi ritrovati (se non hanno nel frattempo trovato altro impiego) ad ingrassare le fila della disoccupazione. Allo stesso tempo, però, ha in qualche modo mascherato un problema che a breve potrebbe ripresentarsi in termini drammatici.

Come si calcola il tasso di disoccupazione?

Il secondo è un “trucco” – usiamo le virgolette perché non nasconde alcun complotto – statistico sul metodo con cui viene calcolato il tasso di disoccupazione. Esso è il risultato di un rapporto che vede al numeratore le persone in cerca di lavoro e al denominatore la forza lavoro. Una sua riduzione si può avere o in presenza di un calo di chi è alla ricerca di impiego oppure, allo stesso modo, con una riduzione delle forze di lavoro. Queste ultime comprendono tutti coloro che lavoro o sono disponibili a lavoratore, quindi (in estrema sintesi) la somma di disoccupati e occupati. Ne consegue che non comprendono coloro che, per un motivo o per l’altro, non sono alla ricerca di occupazione. Come il caso ad esempio degli inattivi, che “ospitano” al loro interno sia chi non cerca lavoro perché non ne ha bisogno sia chi non lo cerca perché ormai scoraggiato dal poterlo trovare. Una situazione estremamente verosimile da marzo ad oggi.

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Bene: a novembre il tasso di inattività è cresciuto di 0,2 punti percentuali (oltre 70mila inattivi in più), a toccare quota 35,8%. Sempre tolti i picchi della prima ondata, è il valore più alto dal 2016 ad oggi. Succede quindi che, togliendo dal denominatore, l’intero rapporto tende a diminuire. Anche qui siamo insomma di fronte ad una sorta di finzione. Destinata, con il combinato disposto dell’eliminazione del blocco dei licenziamenti e con il più che probabile, una volta agganciata una qualche “ripresa”, riaffacciarsi di una parte degli inattivi sul mercato del lavoro, ad esplodere in tutta la sua drammaticità.

Filippo Burla

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1 commento

  1. solite piuttanate ( e non dico di peggio solo perchè sono un tipo fine) all’italiana…
    perchè non c’è un organo super partes che dica cifre alla mano TUTTE le cose
    e gli indicatori che ci riguardano…
    ESATTAMENTE COME STANNO?

    possibile che ogni maledetto governo cerchi sempre di raccontare palle ai propri cittadini?
    non si rendono conto che è la fiducia del singolo,che fa la differenza tra un pagatore di tasse
    e un evasore fiscale,perchè disgustato dai soldi che finiscono in mille rivoli opachi senza un chiaro ritorno in servizi?
    tra un residente che investe o costruisce ricchezza qui,
    e uno che vede tutto marcio intorno a sè e cerca in ogni modo un paese di cui fidarsi per andarsene?

    tra un ragazzo che vuole costruire una vita,una famiglia e una ricchezza qui…
    e uno che studia solo per potersene andare,impoverendo tutti noi?

    dico….
    MA QUAND’E’ CHE QUALCUNO SI DECIDERA’ A GOVERNARLO DECENTEMENTE,QUESTO MALEDETTO PAESE?

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