I sostenitori del «mercato» amano ricordare come la disoccupazione sia strutturale, ovvero dipenda da una mancata corrispondenza tra le competenze delle persone senza lavoro e le esigenze di chi assume; oppure normativa, causata, ad esempio, da un’eccessiva regolamentazione in materia di salari minimi e dalla presenza di vincoli al licenziamento; o ancora, in ultima analisi, volontaria, dovuta quindi a un’eccessiva protezione sociale che scoraggia la ricerca del lavoro. I fanatici del liberismo sostengono che, se manca il lavoro, la colpa è delle istituzioni scolastiche e universitarie che non preparano sufficientemente gli studenti al lavoro, dello Stato che frena la libera iniziativa e la concorrenza, e in ultima analisi vostra, che non avete voglia di fare nulla.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2022

Questi pasdaran del laissez faire sognano un mondo ideale dove la gente concluda in tenera età la propria formazione professionale – preferibilmente intorno ai 12 anni – prontissima a produrre con grande efficienza, meglio se in cambio di due caramelle. E in tutto questo lo Stato dovrebbe essere completamente assente, o meglio dovrebbe pensare a semplificare il mercato, togliendo quelle anacronistiche tutele che ancora rimangono.

Da dove nasce la disoccupazione

La teoria liberista afferma che i salari sono flessibili e il mercato del lavoro è sempre efficiente, in grado di trovare un proprio equilibrio. La disoccupazione diventa così volontaria, in quanto semplicemente le persone non sono disposte ad accettare uno stipendio che scenda sotto una determinata soglia. Se è vero che misure assistenziali come il reddito di cittadinanza – che nulla ha a che fare con un sistema che mira alla piena occupazione – possono influenzare un certo tipo di disoccupazione, è altrettanto vero che non si può accettare la continua corsa al ribasso delle retribuzioni come unico metodo per creare lavoro. Il lavoro è oggi un…

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