Roma, 9 nov – La narrazione economica dominante in Italia, da 30 anni a questa parte, nel nostro paese è indicativamente riassumibile nelle formule di “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e non abbiamo fatto le riforme”. Tutto d’un fiato, come si conviene ai soloni che imperversano notte e dì nelle varie trasmissioni radiotelevisive. Sappiamo anche però che i risparmi languono e non è agevole risparmiare, nonostante la cinghia stretta più volte, le case sono calate di valore – in media viaggiamo su un -20% dal 2007 – i ticket che paghiamo in ospedale sono aumentati, i laureati espatriano, il lavoro – sempre che ne sia rimasto uno – ormai non garantisce più una vita decorosa. Ne deriva che la suddetta narrazione, una volta rampante, comincia a star stretta, dissonante rispetto all’esperienza quotidiana di progressivo immiserimento. Difficile quindi coniugare una supposta e sbandierata “allegria” delle nostre finanze con la percezione del quotidiano.

La posizione finanziaria/patrimoniale netta

Dando per assodati i concetti riguardanti la contabilità nazionale – Prodotto interno lordo, bilancia dei pagamenti e saldi settoriali[1] – per arrivare subito al punto introduciamo subito il concetto di “Posizione patrimoniale/finanziaria netta verso l’estero” (Pne) di una nazione:

La posizione patrimoniale sull’estero indica la consistenza delle attività e delle passività finanziarie (in valuta e in euro) di un’economia verso il resto del mondo. Lo schema di presentazione della posizione patrimoniale sull’estero utilizza gli stessi criteri classificatori del conto finanziario: funzionale [investimenti diretti (implicano il controllo) , di portafoglio (non implicano il controllo), derivati e stock option conferite ai dipendenti, altri investimenti, riserve ufficiali (oro, dollari imf)], settore residente che detiene l’attività o ha emesso la passività, tipo di strumento emesso/detenuto. […] La bilancia dei pagamenti e la posizione patrimoniale sull’estero sono raccordabili. La variazione della consistenza delle attività e passività finanziarie sull’estero, intervenuta in un intervallo di tempo, è attribuibile ai flussi finanziari (transazioni di conto finanziario della bilancia dei pagamenti) e agli aggiustamenti di valutazione (relativi alle variazioni tra inizio e fine periodo dei tassi di cambio e dei prezzi delle attività sottostanti e a eventuali altri aggiustamenti). […] La classificazione per settore è la seguente: “Banca Centrale” (Banca d’Italia); “Amministrazioni pubbliche” (Amministrazioni centrali, Amministrazioni locali, Enti di previdenza e assistenza sociale), “Banche” (banche, istituti di moneta elettronica, Cassa depositi e prestiti spa), “Altri settori” (società finanziarie diverse dalle banche e società non finanziarie, famiglie e istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie).[2]

In breve la Pne rappresenta la differenza tra gli assets/attività reali e finanziarie, detenuti “da soggetti residenti”[3] ed emessi da soggetti non residenti (es. un italiano che possiede un Titolo di Stato tedesco), e le liabilities/passività, emesse da soggetti residenti e detenute da soggetti non residenti (il caso speculare, un tedesco che possiede un TdS Italiano).

La Pne è quindi uno stock, può essere negativa o positiva (se i soggetti residenti detengono più o meno attività nei confronti del resto del mondo rispetto alle passività che i medesimi residenti hanno emesso e sono in mano a soggetti non residenti), è la risultante data dalla sommatoria degli avanzi/disavanzi di partite correnti scontati per agli aggiustamenti di valutazione dovuti a variazioni del prezzo o di tasso di cambio (es. un immobile di proprietà di un italiano in Australia che aumenta di prezzo, un bond Usa del medesimo italiano che cambia prezzo in euro causa svalutazione del dollaro).

La Pne italiana

italia partite correntiIn linea di massima possiamo dire che se una nazione presenta una Pne>0 è considerabile come “creditore netto vs il resto del mondo”, se la Pne< 0 ovviamente il caso opposto. Intuitivo pensare, a questo punto, che un Paese con il 142% e oltre di debito pubblico presenterà sicuramente una Pne rovinosamente in passivo. Ebbene, non è proprio così[5].

italia pne

Una Pne che quindi oscilli nel medio lungo periodo intorno a valori prossimi allo zero (ipotizzando effetti di valutazione neutrali sempre in un lasso di tempo relativamente lungo) indica in ultima analisi la tendenziale capacità di un paese di generare internamente un saldo privato sul Pil (S-I) tale da renderlo potenzialmente indipendente dalla necessità di utilizzare risparmio “prodotto” all’estero.

Se si osserva la serie storica della Pne tricolore si vede chiaramente come l’Italia, negli anni di “finanze allegre” della Prima Repubblica[6], fosse in grado di “produrre” abbastanza risparmio per poter soddisfare sia il fabbisogno finanziario dello Stato che quello del settore privato[7].

Tra gli anni ‘70 e la fine degli anni ‘90, a dispetto dello status di economia fortemente vocata alla trasformazione e all’apertura commerciale[8], l’Italia non ha mai registrato una Pne fortemente in attivo[9]. Gli anni che sono coincisi con i primi 14/15 anni di fissazione irrevocabile del cambio hanno invece visto un deterioramento della Pne di moderata entità (comunque non trascurabile). Tale peggioramento è da ricondurre ad un mix di fattori quali, tra i tanti, il deterioramento della competitivtà[10] del paese causato principalmente da un aumento (e quindi peggioramento) del cambio effettivo nominale più che da un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto[11]. Questo handicap[12](particolarmente invalidante negli anni successivi alla recessione globale), combinato insieme ad una dinamica assai penalizzante del prezzo del petrolio nel periodo in oggetto e ad una progressiva penetrazione di prodotti finiti cinesi e di altri paesi emergenti; ha contribuito in modo rilevante al peggioramento del saldo di partite correnti[13]. Sempre durante lo stesso periodo hanno inciso in modo consistente anche aggiustamenti di valutazione negativi (da verificare quanto da rivalutazione liabilities vs svalutazione assets).

Ecco a cosa è servita la “cura” Monti

import export italiaTale tendenza è stata invertita “grazie” all’avvento degli ultimi governi via “reversal” (inversione) del saldo di partite correnti. Purtroppo per noi questo risultato è stato ottenuto più tramite la caduta delle importazioni – provocato da un taglio del reddito reale disponibile via aumento tassazione e diminuzione della spesa pubblica (le importazioni sono funzione del pil) – che da un aumento delle esportazioni. Gli effetti di questo consolidamento dei conti esteri sono stati particolarmente onerosi in termini di domanda interna; la caduta verificatasi nel 2012 è stata peggiore di quella avvenuta nel periodo di crisi finanziaria e recessione globale[14].

La “distruzione della domanda interna via consolidamento fiscale[15] è stata quindi la via più semplice ed immediata di ovviare ad un problema che assillava più che altro i paesi del Nord Europa vista la loro volontà di non voler rimanere “creditori perenni”[16] degli altri paesi aderenti alla zona euro.

Misure recessive di questo tipo hanno influenzato in modo sensibilmente negativo le aspettative di imprese e famiglie (ormai terrorizzate da possibili futuri shock di simile natura ed entità). Il rinvio sistematico di consumi ed investimenti[17] (pubblici e privati), la perdita (dal 2007) di quasi il 25% di produzione industriale e 8% di Pil (cui è seguito un aumento rilevante delle sofferenze bancarie), l’emigrazione di lavoratori altamente qualificati (laureati, dottorandi, ricercatori ecc) sono un prezzo assai “salato” per il rientro da una posizione debitoria netta tutto sommato di modesta entità[18]. E’ altresì ipotizzabile che effetti negativi di questo tipo in futuro possano più che compensare i vantaggi di breve termine[19] rendendoci, paradossalmente, più dipendenti che mai da beni e servizi importati (ergo capitali importati) in modo simile ad un Paese in via di sviluppo.

Nicola Mattei

[1] Per la bilancia dei pagamenti: http://goofynomics.blogspot.com/2014/10/le-lezione-di-oggi-la-bilancia-dei.html di Alberto Bagnai, mentre per una breve lezione riguardante i saldi settoriali rimandiamo all’ottimo articolo di Gattei e Iero: https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-banca-dati-per-i-saldi-settoriali-europei/

[2] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/metodi-e-fonti-note/metodi-note-2018/note_bop_20181220_ita.pdf

[3] Da manuale di Bilancia dei pagamenti sappiamo che: “la  residenza  indica  il  centro  d’interesse economico  prevalente  di  un  soggetto  che  svolge all’interno di un territorio attività economiche a tempo indeterminato, o per un periodo di tempo adeguatamente  lungo,  fissato  per  convenzione  in  un  anno” salvo alcune eccezioni che non menziono ma che potete trovare nel sopracitato manuale.

[4] Dal manuale della bilancia dei pagamenti sappiamo che “la  residenza  indica  il  centro  d’interesse economico  prevalente  di  un  soggetto  che  svolge all’interno di un territorio attività economiche a tempo indeterminato, o per un periodo di tempo adeguatamente  lungo,  fissato  per  convenzione  in  un  anno” salvo alcune eccezioni che non menziono ma che potete trovare nel sopracitato manuale.

[5] Altre ricostruzioni della Pne potrebbero differire lievemente viste le revisioni periodiche fatte per i sopraelencati motivi (revisioni prezzo/cambio e consistente assets/liabilities)

[6] La spesa primaria sul Pil è rimasta costante intorno al 43% dal 1981 al 2007, la spesa per interessi al contrario andò fuori controllo salendo fino al 10-12%, dal 1991 l’Italia registra un avanzo primario consistente. Cfr: https://www.economiaepolitica.it/primo-piano/tagli-alla-spesa-pubblica-una-vecchia-ricetta/

[7] Squilibri rilevanti delle partite correnti danno origine a Pne di ben altra magnitudine in rapporto al pil; un -5/-10% di PNE indica un sostanziale equilibrio finanziario del paese vs il resto del mondo. Riprendendo in mano l’equazione dei saldi settoriali (X-M) = (S-I)+(T-G) [è una variante algebrica, riguardatevi in modo approfondito la spiegazione al link (2) ] ed ipotizzando che il saldo netto di partite correnti sia zero (X-M)=0, avrete ottenuto che ogni deficit pubblico (G>T) viene “compensato” da maggior risparmio privato (S>I).

[8] Per necessità data la scarsità di materie prime, su questo una lettura di  De Cecco e Cipolla è consigliabile.

[9] Allocare una quota rilevante di risparmio/Pil in assets esteri (bond, equity, immobili ecc) espone al rischio di cambio (oltre a quello di mercato, credito, tasso d’interesse ecc). Non trascurabile in contesti come quello attuale se si considerano le varie crisi valutarie susseguitesi negli ultimi 20/30 anni (Turchia, Argentina, Brasile). Andrebbe anche considerato il costo opportunità in termini di mancati investimenti e migliori stipendi in patria, specialmente in Europa dove demografia e stagnazione della produttività lo richiedono a gran voce.

[10] Il rallentamento della produttività in Italia verificatosi da metà anni ’90 può essere imputato anche al progressivo smantellamento dell’industria pubblica insieme alla riforma Treu, cfr: https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/produttivita-cambiamento-strutturale-e-riforme-sbagliate/

[11] “Italy’s  loss  of  cost  competitiveness  since  the early  2000s  has  been  driven  by  the  significant appreciation  of  Italy’s  nominal  effective exchange  rate  and  by  the  rapid  rise  in  unit labour cost before the crisis (…) The  significant  appreciation  in  the  real  effective exchange  rate  in  the  run-up  to  the  crisis  has  been driven  mainly by  the  appreciation  of  the  nominal effective  exchange  rate”, Country Report Italy 2016, p. 26 https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/cr_italy_2016_en.pdf

[12] Storicamente l’Italia ha avuto una propensione inflazionistica maggiore rispetto ad alcuni suoi principali concorrenti europei. Un cambio fisso con questi era quindi quantomeno sconsigliabile. Da una rapida occhiata al Trade performance index Unctad-Wto si evince come Germania e Francia siano nostri diretti concorrenti in molti settori “tradables” quali: autotrazione, meccanica, chimica ecc. Elaborazione Mise-Fondazione Edison su dati International Trade Center: https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/Pride_and_prejudice_laforzadellexport_rev.pdf

[13] L’Italia ha un’alta elasticità delle esportazioni alla variazione del tasso di cambio reale effettivo (pari a -2,58). http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/qr_euro_area/2014/pdf/qrea3_section_3_en.pdf. Per una migliore comprensione delle “condizioni di Marshall-Lerner”: http://goofynomics.blogspot.com/2013/02/marshall-lerner-astenersi-piddini.html

[14] Dati estrapolati dal rapporto Ice 2018 https://www.ice.it/it/sites/default/files/inline-files/ICE_SINTESI_ITALIANO_2018_WEB.pdf

[15] https://www.youtube.com/watch?v=A02A4Kk48nQ

[16] https://www.youtube.com/watch?v=8TszG75t9p4 Mario Draghi Helsinki 27 novembre 2014

[17] Stock di capitale a prezzi del 2010 (al netto degli ammortamenti) ormai in progressivo declino dal 2011 [Ameco 2018]

[18] Australia, Turchia, Polonia, Ungheria, Spagna, Grecia sotto questo aspetto sono messe assai peggio di noi.

[19] Plausibile “Time inconsistency”. Il saldo di partite correnti “aggiustato per il ciclo economico” (quindi aggiustato per la stima media dell’output gap originatosi grazie all’aumento della disoccupazione ed al crollo della produzione industriale) registra un surplus di un punto sul pil solo dal 2017, segnale di quanto sia poco “strutturale” ed effimero il presente avanzo di partite correnti.

Commenta