Roma, 9 nov – Loro si sono presentati, nel bene e nel male, come un colosso mondiale, noi ci siamo presentati, solo nel male, con Di Maio, con Conte, con Zingaretti e con Renzi. Il nodo della vicenda Ilva è tutto qui, il riassunto è il teatrino dell’orrido di un commissario Montalbano che, accompagnato dai suoi vice, ha pensato di potersi confrontare con un gigante abituato a trattare a qualsiasi livello pensando di poterlo schiaffeggiare come se si trattasse di una combriccola di raccattati di provincia. Il tutto nel motto che accompagna da sempre i compagnucci piddini e gli improvvisati pentastellati secondo il quale “io so’ io e voi non siete un cazzo”. Con la colonna sonora incessante degli spasmi epilettici di chi ogni giorno starnazza d’essere quello con gli attributi più grandi tra tutti i compagni di governo. La grande sfida si è mossa su queste corde, coi governanti che come sempre affondano nella loro boria, mentre il colosso industriale assiste divertito e atterrito al contempo a questo cabaret di quart’ordine.

Un danno per l’Italia

Insomma, pensate a cosa c’è in ballo. Ognuno ha le sue posizioni, ma ad ogni modo l’Italia si presenta con l’avvocato del popolo in prima linea, seguito dall’ex bibitaro del San Paolo che tempo addietro si vantava di aver risolto il caso Ilva in tre mesi, con tale Bellanova che ama fingersi Jane Fonda, seguiti da uno Zingaretti che pensa di avere ancora voce in capitolo nella questione politica italiana e dal Renzi che slingua morbosamente coi delusi di una parte o dell’altra nel tentativo di blindare la maggioranza. Dietro le quinte, Grillo Beppe mascherato dal Joker. Questo pollaio, che già deprime di per sé, non ha un gallo, esibisce però una serie di giovani vecchie galline che per far calmare le acque han pensato bene di eliminare lo scudo penale al suddetto colosso così da mostrargli i muscoli. Come quando una zanzara si diverte a pungerti una seconda volta e tu prima le stacchi le ali, poi la finisci sul muro. E sul muro dell’insipienza, oggi, c’è finita l’Italia.

Ilva specchio della politica italiana

E ci finirà ancora molte volte, almeno sin quando non saremo disposti a dar credito a qualcuno che, quantomeno, sia meno buffone di questi cabarettisti imbarazzanti che al momento si barcamenano, facendosela addosso, tra le elezioni emiliane e quelle toscane dalle quali non gli arrivano grandi rassicurazioni. Anzi. Ma sai che gli frega, a un gigante come ArcelorMittal, abituata ad usare i curriculum come quello di Di Maio per soffiarcisi il naso, delle giravolte, delle piccole guerriglie quotidiane, del piagnisteo di Landini e dei sindacalisti ancora aggrappati a una logica sessantottina, sai che gli frega di Italia Viva e della fifa del Renzi di sparire ancora una volta dall’agorà, dei sermoni di Travaglio, degli ambientalisti innamorati della sedicenne svedese, della Repubblica al caviale dove di tanto in tanto, tra un urlo al razzismo e uno al fascismo, qualcuno alza il mignolo per sentenziare su Terra Mammà. Sai che gli frega al mondo intero di una classe politica così mediocre, allucinata, ferma a logiche tribali di dispettucci e musi lunghi, o di Rousseau, dell’uno vale uno, del botere al bobolo, degli schematismi di persone fondamentalmente incapaci. Sai che gli dell’Italia. Difatti, dovrebbe fregar qualcosa a chi la governa.

Lorenzo Zuppini

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