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Roma, 19 gen – Si parla sempre più spesso di cosa sia giusto in economia, dove il concetto di “giusto” si traduce in qualcosa di più che la ricerca del profitto o dell’efficienza. Per secoli ci è stato insegnato come il libero mercato sia intrinsecamente etico in quanto consente libertà di scelta ai soggetti economici, siano essi imprese o acquirenti. In tempi più recenti, visto il crescente disequilibrio creato dalle economie di mercato, ci si interroga sul crescente costo sociale di questo sistema ed in generale si è aperto il dibattito sulla possibilità di implementare politiche economiche dove l’etica abbia una maggiore rilevanza.

Qui inizia la parte realmente difficile: stabilire cosa sia effettivamente etico o moralmente giusto, se vogliamo usare un termine più generico, in economia. Per alcuni un’economia etica dovrebbe semplicemente usare le risorse in maniera sostenibile, altri prendono in considerazione ulteriori fattori come un trattamento equo dei lavoratori o una maggiore libertà individuale. Ci si può spingere anche oltre, considerando ad esempio gli approcci marxisti che definiscono etico il rifiuto totale del mercato e del materialismo, anche a scapito di alcuni diritti individuali se a prevalere è il benessere della società nella sua interezza.

L’approccio classico

Gli economisti classici hanno adottato una struttura teorica che semplifica ogni pratica economica in una analisi dei costi e dei benefici. Questa analisi può portare a situazioni molto diverse a seconda dei valori e delle idee di chi la compie.

Ad esempio vi saranno persone che riterranno la costruzione di una strada con vista sull’oceano un toccasana per lo spirito, e quindi un modo per ammirare un bel panorama e creare benessere, allo stesso modo chi invece ha a cuore la protezione dell’ambiente vedrà la stessa strada come un inutile costo in termini di distruzione della natura circostante.

Adam Smith, considerato il padre del pensiero economico classico, era un filosofo e considerava l’empatia come la base dell’etica. Nella sua opera più importante “L’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni” pubblicato nel 1776, Smith affermava che agire in base all’empatia era economicamente controproducente, osservando che le persone agivano in maniera più efficace quando pensavano più ai propri interessi. L’uomo perfettamente razionale ed egoista, teorizzato dai modelli di Smith, perseguirà sempre la scelta che massimizzerà i propri benefici e questo consentirà di arrivare anche ad una allocazione di risorse ottimale con l’aiuto della “mano invisibile” del mercato.

In un certo senso proprio il meccanismo della mano invisibile, un concetto astratto che si riferisce ad una cooperazione inconsapevole tra gli individui guidata appunto dalla libera concorrenza e quindi dal mercato,  è un modo per sterilizzare le complesse dinamiche economiche dai rapporti personali.

Ecco che il modello su cui si basa tutta la teoria classica caratterizzato dall’assenza di interventi di un’autorità superiore come lo Stato e dalla mancanza di interazioni personali consapevoli, porta a dei comportamenti considerati eticamente neutri.

Il fattore umano

Un modello perfettamente adattabile a complessi calcoli matematici, che non ha mancato di dare risultati rilevanti e di grande valore per tutta la teoria economica, ma non privo di problemi quando si cominciano a prendere in considerazione i comportamenti individuali.  La definizione di uomo perfettamente razionale ed egoista è una parodia, una finzione che descrive gli individui come nulla più che “massimizzatori” della loro “utilità attesa”, costantemente alla ricerca del proprio vantaggio senza alcun pensiero riguardo agli altri.

In realtà il comportamento umano spesso è condizionato dall’emulazione, dal sentire comune che ci fa muovere più come un’orda che singolarmente. In generale la paura di avere delle perdite economiche è più forte della speranza di ottenere grandi profitti, e non siamo comunque in grado di processare in maniera corretta tutti i fatti più rilevanti che dovrebbero portarci ad una scelta razionale.

Come ha recentemente osservato il premio Nobel Robert Shiller, se dovessimo rifarci esclusivamente alla teoria classica della massimizzazione dell’utilità dovremmo pensare che “ognuno di noi ruberebbe l’argenteria altrui se avesse la certezza di farla franca, e diventerebbe alquanto difficile anche solo iniziare a parlare di etica”.

Un altro grande economista, l’indiano Amartya Sen, ha fortemente criticato gli assunti eccessivamente razionali del pensiero classico suggerendo modelli economici che incorporino considerazioni etiche e rifiutando in maniera decisa la teoria secondo cui il benessere personale derivi esclusivamente dal consumo di beni e servizi.

Verso un’economia “etica”?

Certo non possiamo negare che, soprattutto al giorno d’oggi, opportunismo, dubbie condotte morali ed in genere comportamenti poco etici, facciano parte della vita. Se molti di noi sono disposti a fare piccoli sacrifici per il benessere di altri esseri umani sono ben pochi i santi che invece sono pronti a fare grandi sacrifici in maniera continuativa. E’ quindi comprensibile che si prendano ancora oggi in considerazione modelli economici basati sul comportamento razionale ed egoistico, ma allo stesso tempo è assolutamente necessario integrarli con modelli che includano anche comportamenti etici, basati sulla soddisfazione generale piuttosto che concentrati sul singolo individuo.

Il tedesco Peter Koslowski, professore di filosofia del management all’Università di Amsterdam scomparso nel 2012, ha dedicato gran parte del suo lavoro accademico alla definizione di una economia etica, il cui scopo deve essere quello di riportare il concetto astratto di “homo economicus” all’interno della sfera culturale della società che lo circonda. Allo stesso modo l’etica non deve essere intesa come un’astrazione filosofica, bensì stimolare riflessioni concrete sulle azioni umane in circostanze ben definite.

Koslowsi afferma che esistono almeno due ragioni fondamentali per sviluppare una economia etica. La prima riguarda la crescente consapevolezza degli effetti collaterali, in termini ecologici ma anche sociali e culturali delle scelte economiche, che necessitano quindi di una riflessione sul concetto di responsabilità. La seconda riguarda la riscoperta dell’elemento umano nelle teorie economiche, che non possono essere lasciate a freddi calcoli matematici.

Possiamo affermare che se il dibattito sulla definizione precisa di un’economia etica è ancora in corso, il tentativo portato avanti da Adam Smith di trasformare l’economia in una teoria matematica e meccanicista separando in questo modo etica ed economia, può essere considerato definitivamente fallito.

Claudio Freschi

1 commento

  1. Certo! Peccato che si richieda sempre di più un comportamento etico da parte del singolo essere inserito in uno stato ben poco etico…!! Il ribaltamento della gerarchia vitale per la non riuscita dell’ etica…

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