Roma, 17 giu – Fca e Renault, i due “promesso sposi” il cui matrimonio è saltato ad inizio giugno, ci ripensano. E si siederanno presto attorno ad un tavolo a riprendere le trattative per la fusione.

Fca-Renault: un accordo inevitabile?

Il mondo dell’automobile è ad un bivio. Con un mercato sempre più saturo e nella necessità di dover mettere mano al portafogli per gli investimenti richiesti dalla rivoluzione dell’elettrico che non ha voluto giocare (l’inopinata cessione di Magneti Marelli grida ancora vendetta), Fca si è trovata costretta a dover trovare un partner.

Renault sembrava la soluzione più adatta: relativamente poche le sovrapposizioni industriali, molte le sinergie. Considerando anche l’apporto di Nissan, parliamo di un gruppo capace di vendere 15 milioni di vetture l’anno, dando lavoro ad oltre 650mila persone. Comprensibili le difficoltà nel trovare una quadra tanto più che, quando si tratta di difendere le proprie realtà, da oltralpe non sono soliti fare sconti. Tanto da portare il gruppo italiano ad abbandonare le discussioni.

La Francia rilancia…

Troppi i temporeggiamenti – l’accusa di Fca – e le non chiare intenzioni dello Stato francese, azionista di maggioranza del gruppo. Non che la famiglia Agnelli, socio di riferimento tramite la cassaforte Exor, abbia opposto particolari vincoli alla presenza dell’esecutivo transalpino nel gruppo, così come sembrava disposta a concedere a Parigi la poltrona dell’amministratore delegato, tenendo per sé quella (quasi simbolica) del presidente.

Dopo il dietrofront da parte italiana, a spingere per riaprire i negoziati è stata però la stessa Renault, il cui ad Jean-Dominique Senard ha messo Emmanuel Macron ed il ministro dell’Industria Bruno Le Maire di fronte ad un aut-aut: o la fusione o niente, nessuna opzione intermedia. Incassato, sia pur a denti stretti, il via libera per continuare, si è così riaperto lo spiraglio chiuso poche settimane fa.

…e sarà il vero dominus dell’operazione

Nonostante sia stata Fca a far saltare il banco, il peso penderà sempre, inevitabilmente, al di là del Moncenisio. Il motivo è presto detto. Nonostante sulla carta si parli di una fusione alla pari, la preponderanza francese è evidente. Tanto più considerando l’inconsistenza della nostra politica industriale, con il governo che è riuscito nell’impresa di non esprimere alcun parere compiuto da quando si è cominciato a parlare dell’ipotesi fusione. E nulla fa pensare che, dichiarazioni di principio a parte, possa cambiare qualcosa adesso.

Filippo Burla

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7 Commenti

  1. Quella che conta nell ‘industria sono i soldi e la capacita di far generare i soldi. La. FCA fa il doppio del fatturato e degli utili della Renault. È sarà la famiglia Agnelli ovviamente il principale azionista del nuovo gruppo, come è giusto che sia.

  2. Ci vorrebbe che lo Stato italiano acquisisca una quota del 7% delle azioni del Gruppo che si viene a costituire, ma è un’ipotesi molto remota visto che qui sono tutti liberisti.

  3. La fusione con FCA non é più una priorità in Francia. Questa é passata in secondo piano rispetto il consolidamento dell’alleanza con Nissan. Lo ha categoricamente affermato il primo azionista di Renault. Il compito di Senard, ceo Renault, é questo. Gli Agnelli hanno sbattuto la porta in faccia al governo francese che chiedeva qualche giorno in più nella trattativa. Una manovra che ha lasciato il segno, visto poi come é stato inquadrato il Senard che spingeva verso FCA.
    Non é stata Renault a richiamare gli Agnelli, sono loro che hanno mandato il boss della Jeep a sondare di nascosto il terreno.
    In Francia la FCA é vista male, come una conchiglia vuota di prodotti e tecnologie e una eventuale fusione dovrà essere valutata solo dopo una nuova governanza con Nissan, come dire alle calende greche

  4. Semplice domanda perché l’Italia dovrebbe interessare se una ditta con sede legale e sove paga le tasse ę nei Paesi Bassi viene o meno acquisita dai francesi. L’interesse per FCA doveva esserci quando si è defilata da contribuente dello stato italiano …

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