Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 27 apr – Mille e cinquecento miliardi di euro. La versione corretta e potenziata, verrebbe da dire, dei poderosi “flussi” annunciati (e mai partiti) dal nostro ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Questa la cifra che la Commissione Ue ha annunciato come obiettivo del prossimo venturo Recovery Fund, il piano di ripresa che è stata chiamata a redigere su mandato dell’ultimo consiglio Europeo. Somma importante, “ambiziosa” – per citare il refrain più comunemente abusato nei sempre lirici comunicati dei consessi Ue. Sì, ma a che condizioni? E soprattutto: quando?

Il Recovery Fund: l’ennesimo prestito

Partiamo dalle tecnicalità. Stando a quel che è dato sapere ad oggi, la Commissione presieduta da Ursula Von der Leyen starebbe ragionando su uno schema di supporto all’economia europea fatto sia di prestiti che di contributi. Tendenzialmente da escludere invece – se non in via residuale – qualsiasi forma di interventi a fondo perduto: il fragile equilibrismo da mantenere tra le sensibilità delle diverse nazioni (fronte dei “rigoristi” in testa) suggerisce di evitare ogni strada che possa risuonare anche solo da lontano come “mutualizzazione” dei debiti comunitari.

Passiamo alle cifre: 320 miliardi l’impegno iniziale da parte dell’Ue, che li raccoglierebbe sul mercato tramite obbligazioni a lungo termine, sfruttando il proprio rating tripla A per staccare rendimenti bassi. Almeno la metà di questi sarebbero poi girati agli Stati, da cui si arriva all’ammontare di 1,5 miliardi ipotizzando un effetto leva pari a 10. Troppo alto? Troppo basso? Per ora siamo ancora nel campo delle ipotesi, ma una certezza c’è: sempre di fondi in prestito si tratta, mentre il resto del mondo va ormai verso la direzione di monetizzare direttamente il debito tramite banca centrale.

Paghiamo noi. E dobbiamo aspettare gennaio 2021

Oltre a dover prima o dopo restituire quanto ricevuto, gli Stati sarebbero inoltre chiamati sia a garantire che a contribuire alla creazione del Recovery Fund. L’idea, infatti, è di legarlo al bilancio Ue tramite un incremento della sua dotazione. Si parla di aumentare l’impegno finanziario delle singole nazioni a livelli (alcune bozze parlano del 2% del Prodotto nazionale lordo) mai visti prima: un bell’esercizio di pensiero illusorio, se consideriamo che non più tardi di febbraio scorso la trattativa si era arenata su poche decine di miliardi a marcare una distanza pressoché insanabile tra i 27.

Veniamo così agli ultimi due punti dolenti. Il primo riguarda l’Italia, che se fosse chiamata ad estendere il proprio contributo al bilancio Ue si troverebbe a fronteggiare un più che plausibile un aggravio per le proprie finanze. Com’è noto siamo infatti già contributori netti (versiamo a Bruxelles più di quanto riceviamo) in media per circa 5 miliardi l’anno, conto che rischia di diventare ancora più salato – per quasi un miliardo – con l’uscita della Gran Bretagna. Il secondo è invece legato alle tempistiche. Il prossimo bilancio (pluriennale) partirà non prima di gennaio 2021: legare ad esso il Recovery Fund comporta che quest’ultimo non potrà essere attivato se non da quella data. E’ vero che si sta ragionando di dare (parziale, ammesso che si trovi un accordo) avvio alle macchine già da subito, tramite una sorta di azione “ponte”, ma i suoi effetti verranno dispiegati compiutamente non prima di un termine che va da qui ad almeno 8 mesi. Nel frattempo imprese e lavoratori possono in tutta tranquillità aspettare. O chiudere direttamente.

Filippo Burla

3 Commenti

Commenta