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Imprese: ecco perché in autunno rischiamo un boom di fallimenti

by Salvatore Recupero
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Roma, 26 giu –  Molte imprese rischiano la chiusura non per debiti propri ma per l’impossibilità di incassare i crediti. A dirlo è l’ultimo studio della Cgia di Mestre. Secondo quest’ultima tre sono i motivi che porteranno molte aziende a fallire dopo l’estate.

In primo luogo c’è il deterioramento del quadro economico generale (ascrivibile al caro energia/carburante e all’impennata dell’inflazione), poi l’impossibilità di cedere i crediti acquisiti con il superbonus 110 per cento (che ammontano a circa 4 miliardi di euro) e ultimo ma non ultimo i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei propri fornitori (che secondo l’Eurostat sono almeno 55,6 miliardi di euro). Andiamo con ordine.

Un autunno difficile per le pmi

Intanto cerchiamo di capire perché per gli artigiani mestrini l’autunno sarà una stagione “critica”. La Cgia analizza la serie storica degli ultimi 10 anni, scoprendo che il picco massimo delle “chiusure” è stato raggiunto nel biennio 2014-2015, ovvero meno di 2 anni dopo la crisi del debito sovrano che ha colpito pesantemente l’Italia.

Come in tutte le recessioni, gli effetti si esplicitano successivamente. Cosicché, dopo le difficoltà causate dal Covid nel biennio 2020-2021, e a seguito degli effetti negativi riconducibili alla guerra in Ucraina scoppiata verso la fine di febbraio, a partire dal prossimo autunno il numero dei fallimenti potrebbe tornare a crescere e subire una brusca impennata nel corso del 2023.

Ma non sarà solo questo a mettere al muro molte aziende italiane. Come abbiamo visto ci sono altre cause che costringeranno molti imprenditori a portare i libri in tribunale.

Superbonus: la cessione dei crediti è bloccata

La mancanza di liquidità sarà in primo luogo causata dal blocco della cessione dei crediti (del bonus del 110%). Davanti a norme incerte che da mesi stanno condizionando negativamente l’applicazione del superbonus del 110 per cento, gli intermediari finanziari (banche, istituti finanziari, etc.) hanno praticamente bloccato gli acquisti del credito.

Attualmente sono oltre 5 i miliardi di euro di crediti in attesa accettazione: di questi, circa 4 si riferiscono a prime cessioni o sconti in fattura. A fronte di questa situazione, le imprese del comparto casa (edili, dipintori, installatori impianti, falegnami, etc.) non sono più in grado di fare gli sconti in fattura.

E con crediti fiscali già acquisiti e non cedibili, che in molti casi ammontano a centinaia di migliaia di euro per singola azienda, molte realtà si trovano in crisi di liquidità e sul punto di sospendere i cantieri, non essendo più in grado di pagare i fornitori.

L’ultima goccia è stata la circolare dell’Agenzia delle Entrate in cui viene richiesta alle banche la massima attenzione (‘diligenza’ in gergo normativo) nel verificare i requisiti della cessione, per evitare di figurare come responsabili in solido degli illeciti ai danni del fisco. La circolare prevede che la verifica circa la responsabilità in solido del singolo cessionario (cioè l’acquirente) debba essere condotta, “caso per caso, valutando il grado di diligenza effettivamente esercitato che, nel caso delle banche, deve essere particolarmente elevato e qualificato”.

Insomma una attenzione massima e una verifica certosina che, secondo alcuni, potrebbe comportare un appesantimento per le imprese da una parte e per le stesse banche dall’altra. Gli istituti di credito peraltro avevano sempre richiesto documentazioni estensive e certificazioni da parte di terzi attirandosi anche qualche critica per l’eccessiva mole di carte. Per questo secondo la Cna 33mila imprese artigiane con il “cassetto fiscale” pieno di crediti ma senza liquidità rischiano di fallire.

I mancati pagamenti della Pa

Ma la situazione più problematica rimane lo stock dei debiti commerciali di parte corrente in capo alla nostra Pubblica Amministrazione che continua vergognosamente ad aumentare. Nel 2021, infatti, i mancati pagamenti ammontavano a 55,6 miliardi di euro. Ciò vuol dire che le imprese che lavorano per la PA non hanno ancora incassato una cifra spaventosa che è pari al 3,1 per cento del Pil nazionale. Da segnalare che nessun altro paese presente in UE registra un’incidenza così elevata.

I mancati pagamenti della Pa rappresentano una vexata questio per cui già l’Italia è stata condannata dalla Ue. È corretto, però, segnalare che negli ultimi anni i ritardi di pagamento, misurati con l’Indice di Tempestività dei pagamenti (ITP) sono mediamente in calo.

C’è però un altro problema che non può essere messo da parte. Secondo la Corte dei Conti si starebbe consolidando una tendenza che vede le Amministrazioni pubbliche privilegiare il pagamento in tempi brevi delle fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di importo meno elevato. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizza le piccole imprese che, generalmente, lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli “riservati” alle attività produttive di dimensione superiore.

Una mole di carta straccia rischia di schiacciare le nostre pmi: da una parte le fatture inevase della Pa e dall’altra i crediti fiscali del bonus 110%. Urge un intervento urgente del governo per salvare migliaia di piccole e medie imprese dal fallimento.

Salvatore Recupero

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