Suonano da oltre vent’anni, solcando i palchi di tutta Europa e affrontando temi politicamente scorretti che hanno fatto da colonna sonora ai militanti di destra radicale e non. In rivolta contro il mainstream, hanno riportato la patria al centro della discussione musicale nazionale. La ribellione degli Ultima Frontiera continua dal Friuli Venezia Giulia con un nuovo album, Hic sunt leones, che attacca i nuovi virus di un’Italia sempre più globalizzata e lontana da sé stessa.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2022

Intervista agli Ultima Frontiera

Quando e come nascono gli Ultima Frontiera?

«Gli Ultima Frontiera nascono nel 1996 in una birreria di Trieste dove Francon, il bassista, chiedeva a tutti chi sapesse suonare e, da questa domanda, si aprivano le danze. Francon e Ilario erano nei Power Skin e all’inizio la band suonava principalmente quei pezzi. Francon aveva difficoltà a tirarci fuori dai bar per portarci in sala prove, ma la sua tenacia ha permesso alla band di evolvere fino al primo concerto a Lignano, nel 2001, col nome Ultima Frontiera. L’esperienza di Ilario e del suo muro in doppia cassa, unita agli inconfondibili giri di basso di Francon, entusiasmavano gli avventori, e così iniziò la nostra storia. Negli anni i membri sono cambiati ma gli Ultima Frontiera hanno sempre continuato a suonare, perché nascono prima di tutto per cantare l’Idea senza soffermarsi sul singolo uomo. Il legame con il nostro territorio è fondamentale ed è uno dei motivi per cui ci chiamiamo così: infatti, siamo l’ultima frontiera d’Italia. In oltre vent’anni abbiamo svolto un centinaio di concerti tra Italia ed Europa, e le nostre produzioni contano sei album, un demo e tre compilation in collaborazione con Tuono Records e Rupe Tarpea, case discografiche molto importanti per la diffusione della musica non conforme».

Quali sono i temi che affrontate nelle vostre canzoni?

«I nostri testi parlano di vita militante nella sua totalità: spirituale, sociale, politica e comunitaria, affrontando i temi sia in modo diretto, sia goliardico che metaforico, con brani di carattere identitario come Trincee, Trieste 1953 e le cover dei Non Nobis Domine, che hanno sempre illuminato i nostri album. In questi testi, alcuni dei quali scritti dalla nobile anima di Cristian Pertan, troviamo l’amor patrio e quella pietas per i nostri antenati che hanno segnato i sacri confini d’Italia donando sé stessi. Tanti testi parlano di princìpi basati su una visione del mondo tradizionale, e il nostro obiettivo è stato sempre quello di cercare la purezza dell’Idea, la centratura, l’archetipo come punto di riferimento fisso. Nominiamo il Sole, simbolo della stirpe indoeuropea che rappresenta lo spirito, la luce, la vita e la vittoria contro questo mondo di tenebre. L’aspetto comunitario nelle canzoni è esaltato come stile di vita. Mentre la società attuale divide e inganna, noi cantiamo i momenti che ci uniscono indelebilmente nel divertimento e nella lotta: tutto il resto, per noi, è antifascismo».

Quanto è importante per voi la divulgazione del verbo patriottico?

«Fondamentale, vitale, condicio sine qua non. Cosa saremo senza patria? Sono molti i brani attraverso i quali spieghiamo il significato di questa parola. La copertina del primo album ci ritrae al sacrario di Redipuglia in onore dei nostri caduti. La statua sulla copertina dell’ultimo Hic sunt leones è il monumento ai caduti della Grande guerra di San Giusto a Trieste. Proprio quest’ultima immagine evoca il senso di cameratismo e forza eroica, valori in contrapposizione all’individualismo, allo scontro sociale e alla debolezza che oggi emergono nell’era oscura della globalizzazione. Noi siamo di un’altra Italia perché crediamo negli eroi. Patria è il legame spirituale con la propria terra e con i nostri avi, che vuole ricollegarsi alla…

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3 Commenti

  1. Fanno cagare. E lo dico perché li ascoltavo una volta.
    Oltretutto questi sono dei fottuti nazisti, come potete ammirarli? Non sanno nulla di cosa significhi opporsi al grande reset, cioè lottare per i diritti, mentre i nazisti lottano per negare diritti

  2. Fanno musica di merda e inneggiano a Hitler. Ho altro da dire?
    Poi di artisti musicali che amano la loro patria, si oppongono al grande reset e non sono globalisti ma non sono nazisti ne abbiamo tanti: dai Kirlian Camera agli Ianva, a TSIDMZ (che è il figlio dell’intellettuale nazionalbolscevico Claudio Mutti), al recentemente scomparso Dario Parisini.

    Zetazeroalfa, Hobbit e Ultima Frontiera e simili sono musica degenerata quanto i Maneskin e Marracash.

    E sappi una cosa: un conto è amare la patria, un altro è fascismo e nazismo. Amare la patria significa anche volere che sia degna di avere il diritto di esistere, e lo spirito ariano antidemocratico del nazismo è qualcosa che NON merita di esistere perché non è in grado di comprendere la diversità e la parità tra realtà diverse, quindi sarebbe un cancro che impedisce la realizzazione di un mondo fatto di realtà locali diverse ma tra loro alla pari, allo stesso modo in cui lo è il multiculturalismo. L’arianità andava oggettivamente corretta per permetterle di vivere nella diversità. Si può essere patrioti, sovranisti, anticapitalisti e oppositori della globalizzazione senza essere fascisti o nazisti perché la Resistenza al Grande Reset è lotta per i diritti, essere patria è un diritto inalienabile, e lo si può rivendicare proprio perché non si è più ariani e quindi non si metterebbe a rischio con la propria esistenza la patria di altri.

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