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Leggi d’emergenza e guerra per nascondere il fallimento della globalizzazione?

by Francesco Meneguzzo
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Baltic Dry Index – indice rappresentativo del volume del commercio mondiale. Andamento negli ultimi 5 anni.

Parigi, 19 nov – Gli unici due esiti certi delle stragi di Parigi, e se è per questo anche dell’aereo russo, sono stati le leggi d’emergenza con associate limitazioni delle libertà anche politiche, a partire dalla Francia (e Usa) ma in rapida estensione, anche all’Italia, e la corsa alla guerra sui cieli di Siria, per ora, ma presto probabilmente pure sul terreno.

Mentre i circenses della linea del fuoco creano lo spettacolo e rinsaldano il senso di sicurezza del cittadino spaventato (dimenticando che almeno i Mirage transalpini e i caccia statunitensi stanno colpendo le loro originali creature), è ancora più rimarchevole il successo indiscutibile dell’operazione “Patriot Act alla parigina”.

Le leggi d’emergenza proposte dal peggiore presidente francese della storia repubblicana, promulgate in fretta e furia e appena estese per tre mesi fino a febbraio, hanno già prodotto la cancellazione delle grandi manifestazioni di piazza previste in occasione della prossima conferenza mondiale sul clima (“Cop21”) in apertura a Parigi nei prossimi giorni (poco male, si dirà), ma si offre per misure potenzialmente molto più incisive in termini di agibilità politica, tanto più in vista delle storiche elezioni presidenziali della prossima primavera. Una vera manna per quell’Hollande di cui si ricorderà (parole di una delle ex mogli e compagne) il simpatico motto – “gli sdentati” – utilizzato per appellare le fasce più povere della popolazione.

Tutto questo, nell’accettazione supina dell’opinione pubblica terrorizzata fino all’isteria, certamente dimentica del monito di Benjamin Franklin (“Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”).

Potremo almeno permetterci di dubitare che il regime di emergenza assuma altre funzioni rispetto a quella di prevenire altri atti terroristici che alcuni iniziano a pensare già prevedibili con largo anticipo rispetto ai fatti recenti, o anche peggio?

Per esempio, che le peggiori previsioni economiche di pochi mesi fa siano veramente sul punto di concretizzarsi?

Quello che è certo è che di fronte a un’altra recessione le banche centrali si troveranno a corto di munizioni, avendo esaurito le possibilità di stampare denaro dal nulla – negli Stati Uniti già la scorsa primavera, in Europa nella prima metà dell’anno prossimo – ed avendo raggiunto tassi d’interesse sul debito sovrano nulli o perfino negativi, a fronte di volumi di debito inesorabilmente crescenti.

Se, insomma, i corsi azionari dovessero iniziare un tracollo paragonabile a quello del 2008 – e numerose bolle speculative sono assai più gonfiate rispetto a quell’epoca – e addirittura precipitare in un regime di iper-inflazione dal momento che la straripante liquidità non trova investimenti produttivi né reali (vedasi i prezzi ostinatamente bassi, anzi ancora in ribasso, delle materie prime) né virtuali (cioè, appunto, azionari), non rimarrà più alcun margine rilevante per politiche monetarie accomodanti in grado almeno di guadagnare tempo. A meno che si decida di “gettare i soldi dagli elicotteri”, come si dice, ossia di distribuire denaro direttamente a imprese e persone fisiche, con effetti però del tutto imprevedibili.

Intanto, prescindendo dai dati ormai inaffidabili sul prodotto interno lordo, che mostrano crescite modestissime (o praticamente nulle) ma soprattutto sono poco credibili in quanto nessuno crede più davvero – a partire dai consumatori – alla sottostante inflazione, esiste un dato che letteralmente spaventa perché molto più oggettivo: il Baltic Dry Index (Bdi), indicatore economico globale molto affidabile come già spiegato su questo giornale, che ha raggiunto proprio oggi il secondo valore minimo assoluto, dopo quello del febbraio scorso, da quando viene misurato, cioè dal 1985 (agli albori della globalizzazione), nonché e di gran lunga il minimo assoluto per il mese di Novembre.

Il commercio mondiale, insomma, è ridotto ai minimi termini e non solo non fornisce alcun segnale di ripresa ma punta ancora verso il basso. Considerate le conseguenze che questa situazione potrà presto portare a un’economia europea che non si è mai ripresa dallo shock del 2008-2009, le leggi emergenziali – come si diceva – trovano (forse per caso?) una ragion d’essere preventiva e repressiva che supera nettamente la loro funzionalità in chiave anti-terroristica.

Francesco Meneguzzo

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