Roma, 12 giu –  Ogni tanto rispunta nelle cronache la parola che molti (a torto) temono: il nucleare. Così chi ne parla anche per riaffermare l’ovvio (ovvero la capacità di produrre energia pulita dall’atomo) fa dei giri di parole incredibili.

Facciamo un esempio. Claudio Descalzi, l’ad di Eni, a New York ha parlato del progetto messo a punto dal Commonwealth Fusion System (Cfs) e che riguarda la realizzazione entro il 2030 di un reattore pilota per produrre energia pulita. In parole povere si parla di fusione diversa dalla fissione nucleare. L’Agi (agenzia giornalistica di proprietà di Eni) è riuscita a commentare le parole di Descalzi senza usare la parola temuta da tutti, persino la “fusione” è stata citata una volta soltanto. È la guerra delle parole che nell’agone della grande trasformazione energetica ha i suoi codici. Ma torniamo ai progetti senza troppi patemi semantici.

Il nucleare pulito

Come riporta l’Agi “Si parla di fusione che, al contrario della fissione, è un processo più pulito e più sicuro perché non produce scorie pericolose: si combinano gli isotopi dell’idrogeno che si fondono a temperature elevatissime (circa dieci volte quella del Sole) e che vanno poi confinati tramite campi magnetici”.

In pratica come spiega Descalzi “È un’energia che scaturisce dall’acqua, anche pesante, e per questo motivo non comporta la necessità di disporre di un fabbisogno idrico ingente”. La fusione a confinamento magnetico può dare un contributo migliore del nucleare di ultima generazione. Quest’ultimo, però non andrebbe bistrattato. Basta chiedere ai francesi e non solo.

Tornando al discorso newyorkese dell’ad di Eni ci sono altri concetti che vanno riportati. Ad esempio il valore geopolitico di ciò che scaturirà dal reattore pilota.

La sfida dell’approvvigionamento energetico

“Assistiamo ora a rapporti di forza tra chi produce energia e chi non ce l’ha – ha spiegato Descalzi – ma potrebbero essere presto superati perché tutti i Paesi potrebbero produrre elettricità a bassissimo costo grazie al fatto che hanno a disposizione acqua pesante a volontà”. Anche il più ottimista non può non sottolineare come questo traguardo sia lontano ma non si tratta di un’utopia.

Lo scorso settembre Cfs è stata protagonista di un passo fondamentale verso il traguardo. Si è riusciti a ricreare artificialmente superconduttori capaci di confinare il plasma incandescente nel reattore. Ora però bisogna dimostrare l’utilità economica di questa forma di energia. È necessario mettere su un prototipo di una piccola centrale a fusione. Secondo i più ottimisti l’obbiettivo potrebbe essere raggiunto nel 2025. Se le cose andassero così si aprirebbero nuove prospettive.

L’energia prodotta dal processo di fusione è virtualmente infinita. Basti pensare che un grammo di combustibile per la fusione contiene l’energia equivalente a quella di oltre 60 barili di petrolio, senza che questo comporti il rilascio di gas serra.

Eni fa politica?

Descalzi però non si è fermato a parlare di fusione nucleare. A proposito di sicurezza energetica, il manager ribadisce la necessità di imporre a livello europeo un tetto al prezzo del gas: “Senza una valida ragione, abbiamo ora un prezzo del gas che è più alto di 6-7 volte rispetto a quello che avevamo nel 2019. Non c’è un problema di flussi, ma di prezzi. Per questo bisogna intervenire”. Detto in parole povere “il prossimo inverno non sarà facile” non perché manca la materia prima ma per il costo delle bollette. Quest’ultime “potrebbero essere pesanti per le aziende e per i consumatori a causa delle tensioni speculative presenti nel mercato”.

Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento, secondo l’ad di Eni è raggiungibile l’obiettivo di non dipendere dal gas russo e che sarà possibile ottenere questo risultato entro il 2025. “Nei paesi dove abbiamo investito, abbiamo prodotto gas e quel gas è nostro”, ha sottolineato spiegando che si tratta ora di portare tali scorte in Europa e soprattutto in Italia che “ha la priorità”.

Chi potrebbe dar torto a Descalzi? Nessuno. C’è solo un problema parla come se fosse un ministro, perché in realtà conta più di Cingolani e Di Maio messi assieme. Questa è una storia che va avanti dai tempi di Mattei, ma siamo sicuri sia un bene? Se si scelgono manager di stato validi, la risposta è affermativa, ma se si sbaglia qualche nomina sono guai per tutti.

Salvatore Recupero

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